Arturo Anzelmo

Appunti per un primo consuntivo sulla bottega dei Reina, intagliatori del Seicento siciliano

arturoanzelmo@gmail.com
DOI: 10.7431/RIV26052022

Occuparsi di una famiglia di intagliatori dalle incerte origini, che si sposta tra il palermitano e la provincia agrigentina inseguendo commesse, che non è di quelle che, come i Gagini, hanno segnato il corso delle arti figurative, non è esaltante; ma la storia non è fatta solo da sovrani, generali, geni… È utile rincorrere i riflessi che la grande Storia riverbera sui piccoli centri (parafrasando il Meli 1), attraverso le immagini che il gusto dell’epoca riveste d’oro e fantastiche invenzioni decorative, che la sgorbia atteggia a mestizia, a celestiale soavità nell’espressione dei visi, che nelle posture e nella gestualità cercano un dialogo con i devoti, comunicano lo status della committenza e che, loro malgrado, testimoniano anche delle rivalità contradaiole. È il caso del monumentale cilio di Sant’Antonio Abate a Ciminna, la cui festa superava ogni altra in magnificenza di liturgie e profane attrazioni, che l’affermata festività della «Miracvlosa Imagine» del Crocifisso della Confraternita di San Giovanni Battista, per concorso di popolo e ricadute economiche, rischiava di mettere in secondo piano, e che la confraternita decide di far eseguire forse cercando soluzione al venir meno di quella festa che dagli inizi del Cinquecento attraeva devoti, pellegrini, feranti, da oltre venti miglia 2 e per la cui accoglienza s’era costruito un hospitale che la toponomastica ancora ricorda.

Sono pochi i dati biografici noti relativi ai Reina: Andrea (che ripara il badalone del coro ligneo della Matrice ciminnese), Francesco seniore ed i suoi figli Francesco e Giuseppe; né è facile distinguerne l’attività; ciò nonostante, alla luce delle risultanze acquisite, attraverso le quali è stato possibile avanzare ipotesi attributive per un corpus di ignoti manufatti, è utile un tentativo che possa stimolare e orientare ulteriori studi. D’altro canto, se «Nel campo della ricerca storica non esistono opere definitive […].» 3, è l’indagine, non solo documentaria, la lettura stilistica, comparativa che, nel nostro caso, riesce ad offrire accettabili se non inaspettati risultati.

Il volume di Salvatore Anselmo su Pietro Bencivinni […] e la scultura lignea nelle Madonie, ricco di notazioni bibliografiche e documentali, consente di attenzionare un primo nucleo di opere: «Da Ciminna – scrive – proviene Francesco Reina (Riina, Reyna) autore, insieme al già citato Di Giovanni 4 e ai figli Giuseppe e Francesco, della vara del Crocefisso […] nella chiesa di Santa Rosalia a Corleone, commissionata nel 1686 e completata nel 1688. Il Reina con il Di Giovanni firmano, oltre l’Immacolata Concezione della chiesa di Santa Caterina di Castronovo 5, diversi simulacri nelle Madonie come il San Filippo d’Argirò del 1683 della Chiesa Madre di Pollina […]. Ancora i loro nomi ricorrono sulla base del San Giuseppe della Matrice Vecchia di Gratteri, statua datata intorno al 1680 per il raffronto con il Sant’Andrea dell’eponima chiesa dello stesso centro, scultura anch’essa firmata nel 1690 da entrambi gli artisti. Nel 1681-82 lo scultore è attivo a Gratteri nella realizzazione della perduta custodia del Santissimo Sacramento della Chiesa Madre. […]. I raffronti […], – annota a chiusura – permettono di riferire agli stessi scultori pure l’Ecce Homo della medesima chiesa datato 1682».

Nel 2001 è Leoluca Pasqua ad occuparsi della vara del Crocifisso di Corleone 6, della quale nel 2002 Bruno De Marco Spata rendeva noto il documento di allocazione 7; nel 2015 ne faceva cenno mons. Lanzafame, che dava notizia anche del fercolo del Crocifisso della chiesa di S. Giovanni Battista in Ciminna 8 del quale, nello stesso anno, Giuseppe Cusmano 9 pubblicava l’atto di commissione, opera cui mi ero interessato nel 2009 e sulla quale ritornavo nel 2017 e l’anno successivo 10.

Nel 2012 Giuseppe Fazio ipotizzava di poter aggiungere al “catalogo” di Francesco Reina due figurette di presepe del museo di Gibilmanna 11.

Successivamente, a far luce sui Reina acquisendo anche interessanti notizie biografiche, Raimondo Lentini ed Antonino Sala 12 informano di come Francesco senior, figlio di Girolamo, originario di Santo Stefano di Quisquina, si trasferisce a Ciminna dove, il 19 gennaio 1632 sposa Francesca Carramusa di Pasquale e muore il 9 dicembre 1688. Qui nel 1643 esegue una statua della Vergine con il Figlioletto per la chiesa di San Giuseppe poi, nel ’52, la vara del Crocifisso. Francesco minore, invece, nasce a Ciminna il 30 giugno1640 e il 27 novembre 1662 sposa Anna Rizzo, dalla quale l’otto settembre 1669 nasce Paolo con il quale, sul finire del secolo, si trasferisce a Burgio; rimasto vedovo, nella cittadina agrigentina sposa la vedova Agata Carusello del fu mastro Modesto e Ninfa Sottile. Anche Paolo si sposa a Burgio il 7 ottobre 1698 con la quisquinese Girolama Marturano del fu Antonio e Cecilia Tuzzolino. Trasferitosi a Calamonaci ed in seguito a Santo Stefano, il 30 aprile 1724 dà in moglie la figlia Francesca (nata a Burgio il 9 febbraio 1700), a Giuseppe Giovenco, verosimilmente della notabile famiglia quisquinese.

Come riferiscono Lentini e Sala, Francesco minore, qui detto quisquinese, il 3 Giugno 1695 a Ribera si impegna a «[…] fare una statua di Salvatore Resuscitato secondo il modello che porterà detto mastro […] di lunghezza di palmi sei e menzo […] pro mercede e magisterio di onze 8, e tt. quindeci […] cum patto che detta Statua detto di Reijna la deve lavorare in questa terra e deve essere il legno di detta statua vacante di dentro e deve essere di legno abbruscato di dentro per non camulire, e doppo farci detto mastro il tappo per non apparere il vacuo di dove si sbacantò detta statua di patto». L’opera gli sarà pagata l’8 aprile 1696 e, con atto del successivo 12 maggio, Simone Di Giovanni da Casteltermini si impegnerà «ad indorare e fare il suo sgarfito e incarnatura». Il 7 maggio 1710, con il figlio Paolo (stabilitisi a Calamonaci), sempre a Ribera, si impegnano con Pasquale Rinoldo, che verosimilmente agisce per la Confraternita del SS. Sacramento 13, «[…] a farci una figura seu Statua nominata la Madonna della Pace di ligname […] giusta la forma di quella Madonna del Burgio[…]» opera il cui prezzo verrà loro saldato il 24 settembre 1710, specificando che si tratta della «[…] Statua Immaculatae Maria SS.ma Pacis seu dell’Incontro […]» ovvero come l’opera, unitamente a quella anzidetta del Salvatore risorto, dovesse essere utilizzata per il tradizionale Incontro di Pasqua; e qui evidente il richiamo ad altra statua della Vergine che verosimilmente aveva eseguito per Burgio. A chiusura della nota, i due Autori informano come Paolo «tra il 1710 e il 1712 esegue dei lavori nel Castello di Calamonaci».

Giuseppe Tavolacci 14, sulla scorta delle prossimità stilistiche tra la vara del Crocifisso ciminnese e quella corleonese, suppone l’intervento di Francesco (senior), che avrebbe potuto lavorare su disegno di don Santo Gigante, nell’esecuzione del fercolo del Crocifisso della chiesa di S. Venera (o del Crocifisso) in Mezzojuso.

Emerge diversità d’impostazione, disegno, plasticità, tra le produzioni d’ambito madonita e quelle del palermitano-agrigentino; e s’impone la necessità di un’analisi tesa a far luce sui diversi operatori. Per quanto è ravvisabile nella più precoce produzione forte richiamo alla tradizione tardo-cinquecentesca o, se vogliamo, di matrice gaginiana e manierista, ancorché le cromie e le definizioni decorative le inseriscano in ambiti che le stesse datazioni testimoniano, non va sottovalutato l’intervento di artisti come Santo Gigante, Giovan Battista Mansella o Paolo Amato 15, che forniscono disegni o sovraintendono all’esecuzione orientando la sgorbia degli intagliatori. Ciò più visibile in artefatti di squisito carattere architettonico come le vare o composizioni quali l’Immacolata di Castronovo o la Vergine del Rosario di Ventimiglia.

Per quanto alle opere già note alla storiografia, tenendo conto della data di morte di Francesco seniore (9 dicembre 1688), si elencano:

1643 Madonna con Bambino, Ciminna chiesa di S. Giuseppe doc. dispersa?
1652 Vara del Crocifisso, Ciminna, chiesa di S. Giovanni B., doc.
1658 Vara del Crocifisso, Mezzojuso, chiesa di S. Venera, attr.
1680 San Giuseppe, Matrice Vecchia di Gratteri, doc.
1681-82 Custodia del SS. Sacramento, Gratteri, Matrice, doc. (distrutta).
1682 Ecce Homo, Gratteri, Matrice, attr.
1682-1687 Cilio di S. Antonio Ab. Ciminna, Matrice, doc.
1683 San Filippo d’Argirò, Pollina, Matrice, doc.
ca.1683 Statuine di presepe, Gibilmanna, Museo “Fra’ Giammaria da Tusa”, attr.
1686-1688 Vara del Crocifisso, Corleone, già chiesa di S. M. della Catena, ora S. Rosalia, doc.
1690 Sant’Andrea, Gratteri, chiesa eponima, doc.
1695 Salvatore Resuscitato, Ribera, chiesa di San Giovanni Bosco, doc.
1698/1700 Immacolata, Castronovo, chiesa di Santa Caterina, doc.
1710 Madonna della Pace, Ribera, Chiesa Maria SS. del Rosario, doc.

altre opere nella Sicilia nord-occidentale potrebbero ricondursi al loro ambito:

1652 S. Rosalia, Ciminna già chiesa omonima, oggi Matrice
ante 1656 Immacolata, Ventimiglia di Sicilia, Matrice
ante 1656 Dolenti da dispersa vara del Crocifisso, Ventimiglia di Sicilia, Matrice
1650-1660 ca. Immacolata – Marunnuzza d’u Triunfu – Ciminna, Matrice
1650-1660 ca. S. Rosalia, busto reliquiario, Agrigento, Museo diocesano
1667 ca. Varetta del SS. Nome di Gesù, Ciminna, Polo Museale
ante 1673 Pentecoste, Ciminna, ex chiesa dell’Ospedale, Polo Museale
post 1670 San Trifonio,Ventimiglia di Sicilia, Matrice
ante 1684 S. Giuseppe, Ventimiglia di Sicilia, Matrice
ante 1684 Madonna del Rosario, Ventimiglia di Sicilia, Matrice
ante 1684, Santa Lucia, Ventimiglia di Sicilia, Matrice

Prima tra le opere superstiti e documentate è la vara del Crocifisso della chiesa di San Giovanni Battista in Ciminna (Figg. 12345); lo strumento di allocazione 16 attitato il 25 febbraio 1652 fissa al 30 aprile la consegna, a ridosso della festa che si sarebbe celebrata il 3 maggio; data l’urgenza, si dà incarico a Francesco Reina (il vecchio), Giuseppe Lo Restivo e Vincenzo Brugnone. Ad approntare la progettazione don Santo Gigante, vero promotore dell’iniziativa che viene patrocinata dalla «mastrantie […] terre ciminne», rappresentata dal conventuale Padre Salvatore la Vignera assistente spirituale del sodalizio e da un folto numero di mastri muratori 17.

«La profonda cultura cristologica […] porta <il Gigante> a focalizzare l’attenzione sul Sacrificio della Croce più che su quell’«Imagine». Incentrando il costrutto figurale sulla rappresentazione dei Misteri Dolorosi dà vita ad un complesso narrativo che accompagnava a meditare sulla Passione. Il Crocifisso «alla misura di tre palmi e mezzo» 18 gli offre il destro per ideare una vera e propria machina scenica […]. Alla «Miracvlosa» figura sulla croce 19 […] accosta quelle delle tre Marie e del prediletto Giovanni d’identiche dimensioni: la Crocifissione […]; gli altri Misteri, dipinti 20 sui pavesi che ne ornavano le facce. Sull’anteriore i due putti a cavalcioni dei girali delle volute recano una colonna ed una scaletta, allusioni alla Flagellazione ed alla Deposizione, sull’opposta, secondo la descrizione del Graziano, una lancia e un chiodo ma, per quanto è possibile osservare da una foto del tardo Ottocento 21, i chiodi, che rimandano alla Crocifissione, erano recati, in numero di tre, da uno dei minuscoli putti che affiancavano il pavese anteriore dello «scabellino», per cui appare plausibile che il ramo d’issopo con spugna imbevuta d’aceto e la lancia in atto presenti, rispecchino quelli originari. […]. In questi dettagli, la scelta compositiva ed iconologica non casuale, ulteriore prova della raffinata capacità del nostro nel coniugare valori estetici e contenutistici, soggetti e lessico della comunicazione per immagini.» 22. Della vara circolavano calcografie 23 che offrono la possibilità di un confronto con la foto tardo-ottocentesca e lo stato attuale del manufatto rielaborato anche con l’aggiunta di uno zoccolo nel 1902 24. Ad attestare i contatti del Gigante con l’ambiente palermitano non può non citarsi la vicinanza a quanto vi si elaborava: la vara ciminnese presenta stringenti affinità con alcune di quelle che nel 1658 si portarono in processione per solennizzare l’arrivo della reliquia del capo di San Mamiliano 25. Se resta possibile una valutazione sui valori plastici delle superstiti parti (quattro dolenti, doppie volute affiancanti lo scabellino e rispettivi putti con gli strumenti della Passione), è meno agevole esprimersi sugli aspetti cromatici cancellati dai pesanti interventi novecenteschi.

È verosimile che a Francesco (seniore) possa esser stata commessa la Santa Rosalia oggi presso il Museo Parrocchiale ciminnese (Fig. 6) e proveniente dall’omonima chiesetta rurale che l’epigrafe sul prospetto 26 diceva voluta dal medico Luca Monasterio, cugino di Paolo Amato e di Giovan Battista Mansella, nel 1654. Considerato il ridotto vano liturgico, è da pensare ad un unico altare ed alla contemporaneità tra edificio e scultura. Per la presumibile datazione, si pone tra le prime composizioni che fisseranno l’iconografia dell’Eremita, ad esempio quella di Carlo D’Aprile a Palazzo Pretorio (1661) o l’incisione attribuita a Pietro Aquila 27 che precede la Vita della Santuzza di Vincenzo Auria del 1669. È molto vicina alla statuetta datata alla prima metà del XVII secolo oggi a Palazzo Abatellis 28 proveniente da Caltavuturo e prossima al busto reliquiario del Museo diocesano di Agrigento e già nella Cattedrale, segnalatomi da Ivana Mancino che ne ha di recente curato il restauro.

Di pochi anni successivi è il fercolo del Crocifisso di Mezzojuso (Figg. 78); l’undici marzo del ’58 si diede incarico ai doratori Giulio Crapitti e Vito Bongiovì di «guarnire d’oro et colorire l’avara del ss.mo Crocifisso di questa terra che heri venne da Ciminna», eseguire l’incarnato e la doratura di tutte le figure «eccetto la testa di San Giovanni et la testa di nostra segnora, et li manti et tonichi di ditti personaggi tutti diorati et sgraffiti», annotazione che ne attesta l’esecuzione presso una bottega ciminnese. Al di là di restauri ed integrazioni negli elementi architettonico-decorativi, nelle figure di dolenti sono evidenti i rimandi alla cultura manieristica, tant’è che furono ritenute «[…] della fine del Cinquecento […] le due figure dei dolenti dai caratteristi manti rabescati» 29.

Sull’Immacolata (Fig. 9) della Matrice di Ventimiglia di Sicilia, oggetto di scriteriate disavventure 30, si può ipotizzare come sia da porre in anni precedenti la scomparsa (1656) della fondatrice di quel centro, Beatrice Ventimiglia Del Carretto ma, posteriori di qualche decennio al 1628 data di costituzione «del beneficio di onze venti in favore dell’arciprete pro tempore […]» 31. I rapporti con Ciminna e la cerchia dei religiosi, del clero, dei professionisti, degli intellettuali e delle maestranze di quest’ultimo centro del quale la nobile famiglia madonita aveva goduto signoria, appaiono probanti nell’indirizzo di una commissione alla bottega. Ugualmente può dirsi della coppia di Dolenti (Fig. 10), quasi certamente provenienti da più antico fercolo processionale atteso che nella stessa chiesa un altare del Crocifisso esisteva ai tempi di donna Beatrice che, il 20 settembre 1656 dettando testamento, vi istituisce un legato pro anima 32. La figuretta della Vergine, quasi replica di quella ciminnita, e la gestualità del San Giovanni prossima a quello di Mezzojuso rafforzano l’attribuzione ai Reina ed indirizzano verso il Gigante per quanto riguarda la progettazione.

Per vicinanza tipologica e plasticità del modellato, vicinissima a quella di Ventimiglia, la piccola Immacolata della Matrice ciminnita (’a Marunnuzza d’u  triunfu) è accostabile al fare di mastro Francesco il vecchio 33 (Fig. 11).

Annotavo tempo fa «[…] la varetta del SS. Nome di Gesù (Fig. 12) eseguita per l’omonima Compagnia in San Domenico […] 34. Come nella vara del Crocifisso (di Ciminna), reminiscenze di Maniera ma, per le ridotte dimensioni, i motivi ornamentali qui più elaborati come sostenuti da un invisibile telaio, con un vago sapore di effimero, nella forza della loro fragilità diventano elementi strutturali. Intrigante l’idea del monogramma (JHS) che sorreggeva la figuretta del Divin Fanciullo […]» 35 da riferire al colto ambito ciminnese dei Gigante e dell’Amato per quanto riguarda l’ideazione.

Rarissima la raffigurazione plastica della Pentecoste (Figg. 131415); bisognerà aspettare il Serpotta in uno dei suoi teatrini modellato per il palermitano oratorio di Santa Cita. Come una vara la si trova inventariata per la prima volta tra i beni mobili dell’Ospedale ciminnita nel 1673.Venuta meno l’esigenza processionale, il fercolo venne smontato e le figure sistemate su mensole addossate alle paraste della chiesetta: la Vergine sull’arcone dell’unico altare e la «palombella» sospesa alla volta. Così come pervenuteci le tredici statuette non consentono di farsi idea del manufatto; osservandone le posture (quattro stanti, cinque assise e quattro in ginocchio), è ipotizzabile la dislocazione entro una macchina processionale con baldacchino dal cui vertice pendeva la figura del Paraclito in forma di colomba e la cui immaginabile complessità compositiva non può non far pensare che all’Amato. Tra le figure si riscontra una palese unitarietà di linguaggio, hanno chiara derivazione manieristica in quel “vestir di panni” che possiamo ammirare in Simeone Li Volsi e, attesa la frequente compilazione d’inventari, si può pensare alla loro esecuzione poco prima di quella data. Diverso è il linguaggio della deliziosa Madonnina che potrebbe essere stata sostituita in occasione del restauro tra il 1700 ed il 1701. L’attribuzione a Francesco seniore appare rafforzata dal confronto con le figurette della vara del Crocifisso ciminnita. Le annotazioni su questo interessante gruppo scultoreo offrono l’occasione per osservare come la produzione di statue di piccolo formato caratterizzi l’operato della bottega ed in queste sembri raggiungere più qualificati risultati.

Il piccolo simulacro di S. Trifone – San Trifuneddu – (Fig. 16) pervenuto nella Matrice di Ventimiglia di Sicilia, per le affinità con le statuine della Pentecoste, non pare lontano dai modi dell’operatore che le intagliò; è possibile ipotizzarne una fattura in anni prossimi mentre, anteriormente al 1684 (anno in cui all’edificio furono aggiunte le navatelle), è da porre l’esecuzione del San Giuseppe con il Bambinello (Fig. 17) e l’interessante figura della Vergine del gruppo del Rosario 36. «Il 10 ottobre <1684> si concedono: a maestro Vincenzo Jannolino il primo altare a destra entrando confinante con la controfacciata e l’altare di S. Giuseppe, nella qual cappella si impegna a porre statua di S. Michele Arcangelo; al sacerdote don Vito Manzella, che vi porrà la Madonna del Rosario già nella Matrice, la cappella che confina con quella di S. Giuseppe; il 1° novembre, a maestro Biagio Jannolino, rettore della statua di S. Lucia (Fig. 18) la prima cappella entrando a sinistra; a Giovanni Ingraffia l’altare di San Giuseppe la cui statua pare sia già stata eseguita […].» 37. Inequivocabile il terminus: non poterono essere eseguite dopo il 1684. La presenza dei Mansella (Vincenzo è il primo abitante della nuova cittadina), famiglia di origini palermitane impiantatasi anche a Ciminna dove si imparenta con i Barbara quindi con gli Amato, i Gigante e l’aristocrazia delle professioni, potrebbe aver costituito tramite alle commissioni.

Il cilio processionale di Sant’Antonio Abate (Fig. 19) della Matrice ciminnita proviene dall’omonima chiesa extraurbana, sede di una florida confraternita la cui storia si caratterizza per interessanti testimonianze d’arte, frutto delle disponibilità economiche e del livello culturale dei sodali. Filippo Meli lo definisce «opera di gran pregio» e, collocandone l’esecuzione nel XVII secolo con attribuzione ad ignoto artista di quel periodo, scrive come «Non è improbabile che la composizione sia stata eseguita su progetto dell’architetto Don Paolo Amato», in quanto «Gli elementi architettonici del Cilio consentono una tale ipotesi» 38. Se non si può non concordare con la competenza dello Studioso, è certo che l’Amato si dedicasse a simili attività non solo a Palermo, ma anche nella provincia. È stimolante un confronto tra gli elementi lessicali del fercolo ed il portale che ornava l’accesso al Palazzo senatorio palermitano su via Maqueda, intagliato su disegno dell’Amato da Giovan Battista Marino nel 1691. E d’altro canto fruttuosi paralleli non appaiono impossibili, dal Ninfeo di Venere di Villa Trabia-Campofiorito, caratterizzato dalla parossistica profusione decorativa e dalla “stravagante” scelta dei materiali 39, al portale dell’Oratorio dei Sacerdoti o all’immaginifico altare della Madonna Libera Inferni ora a Gibilmanna, accostamenti che possono estendersi alla produzione effimera come il catafalco per le esequie di Filippo IV del 1665-66 ed ai successivi apparati per il Festino. La datazione di queste opere concorre a collocare il cilio non prima dell’ultimo ventennio del XVII secolo; è dirimente l’acquisto di «castagnoli […] per la vara nova» nell’anno indizionale 1686/87, tempo in cui il Reina si alloca l’esecuzione dell’amatiana macchina processionale del Crocifisso corleonese. L’architetto qualche anno dopo disegnerà anche quella, dispersa, del Crocifisso di Baucina eseguita da Sebastiano Cannizzaro 40, valente intagliatore ciminnese coinvolto nel restauro delle statuette della Pentecoste e nell’esecuzione del dossale dell’altare Corradino nella ciminnese chiesa di S. Francesco d’Assisi, sempre dell’Amato. Infatti, una recente indicazione, se pur priva di riscontro documentale 41 ma successivamente edita 42, pone al 30 settembre1682 il contratto fra i committenti e Francesco Reina minore che avrebbe lavorato sotto la supervisione di Giovan Battista Mansella architetto, pittore ed incisore, cugino dell’Amato nonché suo «[…] compagno in quelli, & altri studi della medesima professione» 43, rientrato intorno al 1680 a Ciminna dove continuerà ad esercitare e che più tardi si cimenterà nel disegno della dispersa vara per la cinquecentesca statua di San Giovanni Battista eseguita dal Cannizzaro per l’omonima chiesa e confraternita locale, e ciò torna a conferma di quanto ne ebbe a dire il Meli.

Il tentativo di riunire attorno alla figura di Francesco Reina, o della bottega, oltre alle opere edite o documentate, un corpus di produzioni per le quali ci si è a volte limitato ad offrire solo ipotesi di datazione alla luce dei pochi riferimenti storici, lascia aperte moltissime questioni, dalla ricostruzione dei dati biografici ai tramiti attraverso i quali arrivano ad operare oltre il ristretto ambito locale ed in centri dove non mancavano operatori di buon livello, ai frequentissimi rapporti di collaborazione con il doratore Vincenzo di Giovanni (per il quale non sono da escludere rapporti parentali con quel Simone da Casteltermini, pur esso doratore e che interviene su opere dei Reina); e se è ipotizzabile per i figli una formazione presso la bottega paterna, ignote restano le sue frequentazioni giovanili, anche se potrebbero vedersi nessi con la scultura lignea dei Ferraro da Giuliana 44, né per altro sappiamo se anche Girolamo esercitasse l’arte dell’intaglio; ed infine, è proponibile un’indagine nei centri in cui i componenti della bottega stabiliscono più o meno permanentemente residenza o instaurano vincoli parentali, dov’è sospettabile testimonianza del loro passaggio.

Al di là dell’intuibile rete di rapporti, tramite per le commesse che arrivano anche da centri come quelli madoniti, dove riescono ad inserirsi con relativo successo, la scelta di affidargli da parte del colto don Santo Gigante il lavoro della vara ciminnita, se non di quella di Mezzojuso o Ventimiglia di Sicilia e più tardi l’orientamento dei committenti, non scevro da influenze da parte dell’ormai notissimo architetto, che allocano ai Reina la realizzazione di progetti amatiani, depone per una meritata fiducia nelle sperimentate capacità della bottega.

Si ringraziano per la concessione del materiale fotografico qui riprodotto o preso in visione:
D.ssa Eliana Calandra, BCPa – Don Gaetano Pravatà, Parroco di Ventimiglia di Sicilia – Don Antonino Bruno, Parroco di Ciminna – Museo Fra Gianmaria da Tusa, Gibilmanna  – Comune di Ciminna, Ass.to BB. CC. – Genesis, Associazione Culturale, Polo Museale, Ciminna – Gaetano Alagna, Marsala – Salvatore Anselmo e Vincenzo Anselmo Polizzi Generosa – Vito India e Antonino Manzella, Ventimiglia di Sicilia – Ivana Mancino, Cinisi – Giuseppe Militello, Castronovo di Sicilia – Giuseppe Tavolacci, di Mezzojuso e Michelangelo Alesi, Domenico Comparato, Giuseppe Cusmano, don Vito Passantino, Giovanni Pollaci e Andrea Rizzo, di Ciminna.

  1. F. Meli, Un miniaturista d’occasione: don Santo Gigante. Palermo, 1950.[]
  2. V. Graziano, Canti e leggende, usi e costumi di Ciminna. Palermo, 1935.[]
  3. D. Pisani, Solo una parte dell’architettura appartiene all’architettura?, in “Casabella” n. 818, ott. 2012, pp. 94-96.[]
  4. S. Anselmo, Pietro Bencivinni “magister civitatis Politii” e la scultura lignea nelle Madonie. Premessa di Maria Concetta Di Natale, introduzione di Raffaele Casciaro. Quaderni dell’Osservatorio per le Arti decorative in Italia “Maria Accàscina” Collana diretta da M. C. Di Natale, Palermo, 2009, pp. 81-83: «Nota è invece l’attività dell’indoratore Vincenzo Di Giovanni, attivo a Corleone, Castronovo, Gratteri, Petralia Soprana, Petralia Sottana e Polizzi Generosa dall’ultimo trentennio del XVII secolo fino ai primi decenni del Settecento» (p. 78).[]
  5. Per l’opera riporta la data del 1700, E. A. Alfonso, Sculture lignee a Castronovo di Sicilia. Tesi di laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo di Palermo, Relatrice Prof.ssa M. C. Di Natale. A.A. 2004-2005 pp. 76-77 che riporta O. Scaglione, Castronovo di Sicilia tra Chiese e Feudi. Le Chiese urbane. Palermo,1994. Dal sito web, https://amp.it.what-this.com/1690210/1/castronovo-di-sicilia. html (access 10/04/2021) si cava la data 1698.[]
  6. L. Pasqua, Su alcuni fercoli processionali della Sicilia occidentale, in “Splendori di Sicilia: arti decorative dal Rinascimento al Barocco” a cura di M. C. Di Natale. Milano, Charta; Palermo, Regione siciliana, Assessorato dei BB.CC.AA. e P.I., 2001, pp. 116-117.[]
  7. B. De Marco Spata, Arte e artisti a Corleone, dal XVI al XVIII secolo. Palermo Ila Palma 2002.[]
  8. G. Lanzafame, Barocco in processione. Vare e fercoli in Sicilia, Leonforte 2015, pp.58-59, testo che pur facendo cenno della vara del Crocifisso ciminnese, non annovera il cilio di Sant’Antonio Abate e la varetta del SS.mo Nome di Gesù.[]
  9. G. Cusmano, La vara del SS.mo Crocifisso. Fede, culto e tradizione, Ciminna 2015.[]
  10. A. Anzelmo, Patri di li grazii siti: tra storia e leggenda, tradizione e culto della “Miraculosa Imagine del SS.mo Crocifisso di Ciminna” Ciminna, 2009. Idem, Paolo Amato: siciliano di Ciminna, architetto del Senato di Palermo; con una nota introduttiva di M. C. Ruggieri Tricoli, vol II di “Estetica e retorica del Barocco in Sicilia”, a cura di V. Mauro, presentazione di F. Vergara Caffarelli. Ciminna, 2017, Idem, Un trono per la miraculosa imagine: la vara del SS. Crocifisso in Ciminna. Don Santo Gigante, Historia della miraculosa imagine del SS.mo Crocifisso di Ciminna. Ciminna, 2018.[]
  11. G. Fazio, La cultura figurativa in legno nelle Madonie tra la gran corte arcivescovile di Cefalù, il marchesato dei Ventimiglia e le città demaniali, in Manufacere et scolpire in lignamine:scultura e intaglio in legno in Sicilia tra Rinascimento e Barocco, a cura di Teresa Pugliatti, Salvatore Rizzo, Paolo Russo. Catania, 2012, pp. 186, 187.[]
  12. Memorie di personaggi e famiglie storiche di Burgio, prefazione di A. Marrone; postfazione di P. F. degli Uberti. Palermo, 2018, pp. 84-86.[]
  13. https://www.khirat.it/ribera-in-sicilia-storia-chiese-cultura-monumenti-opere-darte/ 6 ottobre 2017.[]
  14. G. Tavolacci, Opere inedite di Francesco Gigante nella chiesa di Santa Venera a Mezzojuso,in “Agorà”. Periodico di cultura siciliana, n.75 (1/2021), Gennaio Marzo 2021, pp. 13-19.[]
  15. Sui tre si rimanda a A. Anzelmo, Paolo Amato: la Raccomandata e la chiesa di S. Giovani B. in Ciminna. Ciminna, 2000; Idem, Paolo Amato, siciliano di Ciminna architetto del Senato di Palermo…, 2017; Idem, Francesco Gigante: tra Palermo e Ciminna sulle orme del Monrealese. Palermo, 2018.[]
  16. G. Cusmano, La vara del SS.mo Crocifisso…, 2015, pp. 57-58.[]
  17. La confraternita dei Santi Quattro Coronati era stata fondata nella chiesa di S. Francesco d’A. nel 1574; un altare con tela tardo-seicentesca sussiste in S. Francesco di Paola; più tarda la tela in S. Giovanni B. dove il sodalizio ebbe l’ultima sede. A. Anzelmo, La Chiesa e il Convento di San Francesco d’Assisi alla Scarpa in Ciminna. P.M. Vincenzo Li Vaccari la ricostruzione e l’ampliamento. Ciminna 1997.[]
  18. S. Gigante, Historia della miracvlosa imagine del SS. Crocifisso di Ciminna. Ms, Archivio Parrocchiale Ciminna, f.1v.[]
  19. Il documento di allocazione non fa cenno della croce; l’antica figura era stata provvista di nuovo supporto nell’ottobre del 1650. S. Gigante, Historia della miracvlosa imagine…, f. 2v.[]
  20. V. Graziano, Canti e leggende…, 1935, p.75. L’atto di allocazione non contempla la presenza di un pittore, probabile che questi inserti fossero opera di don Santo o del fratello don Francesco.[]
  21. Ciminna, collezione privata.[]
  22. A. Anzelmo, Un trono per la miraculosa imagine…, 2018, pp. 23-24.[]
  23. A Ciminna, in collezioni private, si conservano due calcografie di diversa epoca.[]
  24. V. Graziano, Canti e leggende…, 1935., p. 75.[]
  25. G. Matranga, I trionfi del S. Arcivescovo Mamiliano, palermitano, nel ritorno alla patria (1658). Palermo, Biblioteca Comunale, Ms. ai segni 3Qq E27. Fotogramma 432 della copia digitalizzata.[]
  26. V. Graziano, Ciminna, memorie e documenti. Palermo 1911.[]
  27. O. Manganante, Sacro teatro palermitano…, B.C.P. ms Qq.D.15, f. 36r.[]
  28. A. Cuccia, L’immagine scolpita di Santa Rosalia vergine palermitana, in La Rosa dell’Ercta. Palermo 1991.[]
  29. G. Tavolacci, Opere inedite di Francesco Gigante…, 2021, che richiama Arte sacra a Mezzojuso: Chiesa di S. Maria di tutte le grazie, 22 dicembre 1990-27 gennaio 1991, catalogo della Mostra a cura di M. C. Di Natale. Palermo, 1994, p. 82.[]
  30. In anni passati, volendosi rappresentare una Sacra Famiglia, unendola al S. Giuseppe con Gesù Bambino del quale si accennerà, la statua fu decapitata e ricomposta in altro atteggiamento; non so fino quanto è stato possibile ricondurla all’originaria postura.[]
  31. A. Anzelmo, Per una storia delle donne nella Sicilia Spagnola, Beatrice Del Carretto, Principessa di Ventimiglia Contessa di Racalmuto, in “L’isola ricercata: inchieste sui centri minori della Sicilia,secoli 16.-18” atti del convegno di studi, Campofiorito 12-13 aprile 2003 a cura di A. G. Marchese; prefazione di A. Li Vecchi, con una nota di C. Naro. Palermo, 2008.[]
  32. Ibidem.[]
  33. A. Anzelmo, Omaggio alla Matrice di Ciminna. Guida al Monumento e alle opere d’Arte. Ciminna. 1998, et Idem, Del culto dell’Immacolata Concezione di M.V. a Ciminna in “La Sicilia e l’Immacolata. Non solo 150 anni”. Atti del Convegno di studi, Palermo.1-4 dicembre.2004, a cura di D. Ciccarelli e M. D. Valenza. Palermo 2006; si veda anche Ciminna e L’Immacolata, a c. di A. Anzelmo – Contributi di A. Anzelmo, A.Cuccia, G. Correnti, Presentazione di F. La Paglia, Ciminna 2009.[]
  34. Per quanto ad una datazione, indicativo il 1667 anno in cui fu donata ai confrati la statuetta di Gesù Bambino. V. Graziano, Ciminna memorie…, 1911, p.183.[]
  35. A. Anzelmo, Un trono per la Miracvlosa Imagine…, 2018.[]
  36. Le figure dei Santi Domenico e Caterina, che forse sostituiscono quelle del XVII sec., furono eseguite nell’Ottocento da Vincenzo Genovese, come gentilmente mi informa Antonino Mansella che ringrazio.[]
  37. A. Anzelmo, Per una storia delle donne nella Sicilia spagnola…, 2008. Le absidi laterali, dove si istituì la cappella del Santissimo e si trasferì la Vergine del Rosario, sono di più tarda realizzazione.[]
  38. Don Santo Gigante, Historia della miraculosa imagine del SS. Crocifisso di Ciminna, a cura di F. Meli, con valutazione critica delle opere d’arte di Ciminna. Palermo, 1950.[]
  39. G. Maduli, La Fontana barocca di Villa Trabia Campofiorito a Palermo, in “Storia Architettura”, Anno VIII, nn. 1-2, Roma 1985.[]
  40. A. Anzelmo, Attività inedita nella provincia palermitana dell’architetto don Paolo Amato. La vara del SS.mo Crocifisso a Baucina, in “Le Madonie”, nn.1, 2, 3, 1999.[]
  41. G. Cusmano, La vara..., 2015.[]
  42. R. Lentini, A. Sala, Memorie di personaggi e famiglie storiche di Burgio, Palermo 2018, p.84.[]
  43. P. Maggio, Le guerre festiue nelle reali nozze de’ serenissimi, e cattolici re di Spagna …, Palermo, (1680), p. 24.[]
  44. A.G. Marchese, I Ferraro da Giuliana. Palermo, Ila Palma 1981-1984.[]