Interazioni culturali e innovazione artigianale: gli ebanisti Ragusa a Taormina tra Otto e Novecento
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DOI: 10.7431/RIV32092025
Nel corso dell’ultimo quarto del XIX secolo, quando il sogno del Grand Tour sfumava definitivamente sotto i colpi di una progressiva democratizzazione dell’accesso all’esperienza del viaggio, la città di Taormina si trasformò da traguardo agognato da pochi avventurieri, in meta privilegiata dall’élite mondiale.
Eventi di portata nazionale, come l’Unità d’Italia prima e il completamento della linea ferroviaria Jonica poi (1875) 1, o di livello internazionale, come l’alleanza anglo-borbonica durante le guerre napoleoniche 2, fecero sì che la presenza estera in Sicilia si intensificasse, e non passò molto tempo prima che mercanti, artisti, nobili e uomini d’affari scoprissero le bellezze del piccolo borgo arroccato sul Monte Tauro. Con la loro decisione di farne la propria residenza d’elezione, un nutrito gruppo di facoltosi stranieri inaugurò una stagione di grande sviluppo edilizio, dando avvio alla costruzione di ville e giardini che, edificati ben al di fuori delle mura, assicurarono loro l’accesso ai punti più panoramici della costa. In tal modo, i nuovi committenti furono in grado di cambiare le sorti di un’economia cittadina fino a quel momento pesantemente segnata dalla distanza dagli assi viari, offrendo una straordinaria occasione di impiego per le maestranze locali: nacque così quella che Gaetano Rizzo, nel suo scritto Taormina e i suoi dintorni, definì «l’industria dei forestieri» 3. Investigabile tanto sul piano socioeconomico quanto su quello artistico culturale, la rivitalizzazione del tessuto produttivo taorminese è un fenomeno ampiamente misurabile attraverso la consultazione di guide 4, annuari del Regno e cronache locali. È da un’attenta lettura di queste fonti che è più volte emerso il nome di Gaetano Ragusa (Taormina 25/08/1857 – Taormina 21/06/1941), ebanista la cui vicenda lavorativa, mai investigata finora, assurge a paradigma della fortunata congiuntura che, alle soglie del nuovo secolo, interessò l’artigianato locale.
Gaetano, annoverato dal cronista Rizzo tra «i più sagaci artisti» di Taormina alla voce «abili operai, artigiani ed artisti», fu titolare di un laboratorio situato in quella che è oggi via Luigi Pirandello 5.
Qui, l’artigiano lavorò assieme ai figli, Giuseppe (Taormina 7/11/1888 – Taormina 18/02/1953) e Giovanni (Acireale 25/02/1895 – Taormina 12/06/1981) 6, quantomeno fino al 1937-1938, anno in cui nell’Annuario Generale d’Italia e dell’Impero italiano la denominazione «Ragusa F.lli» 7 sostituisce «Ragusa Gaetano e figli» 8, segno del passaggio di testimone (Fig. 1) 9.
È invece grazie ad un fatto curioso che emerge dall’ispezione degli atti anagrafici riguardanti il capostipite, ritrovati nell’Archivio Storico Comunale di Taormina, che risulta possibile fissare un terminus post quem per la nascita dell’azienda. Comparando infatti l’atto di matrimonio con la palermitana Bernardina Beata, datato al 1883 10, con l’atto di nascita della prima figlia, Francesca Carlotta Elvira, venuta al mondo nel 1884 11, si nota un cambiamento di professione che potrebbe suggerire l’inizio dell’esercizio dell’attività artigianale: mentre il Gaetano padre risulta essere già un «falegname», il Gaetano sposo figura ancora come «musicante», più nello specifico, egli era un mandolinista 12. Queste informazioni, oltre ad isolare per l’apertura di un laboratorio un arco cronologico di un solo anno 13, pongono un interrogativo sull’ambito della formazione del giovane.
Come si apprende dai documenti, Gaetano non era figlio d’arte, non aveva ereditato il mestiere da una famiglia di artigiani. La sua famiglia era anzi molto facoltosa: il padre, Don Giuseppe Ragusa (18/10/1823-?), era un proprietario terriero e aveva sposato Donna Francesca Allegria (26/06/1829-07/11/1905), probabilmente discendente degli Allegria, una famiglia già dal XVIII secolo tra le più insigni di Taormina 14.
La necessità di trovare fuori dal nucleo familiare un’educazione nel campo dell’artigianato potrebbe essere stata sodisfatta dal giovane Ragusa con un apprendistato in una delle botteghe che sorgevano nella sua stessa cittadina nel penultimo quarto del XIX secolo. Tuttavia, la doppia qualifica che compare sugli atti (mandolinista/falegname), instilla il dubbio di una possibile formazione nell’ambito della liuteria, arte nella quale la vicina città di Catania si era distinta, tra XIX e XX secolo, come principale centro produttivo italiano. Muovendosi in questa direzione, le centotrenta botteghe e fabbriche di liutai attive nel capoluogo etneo 15 devono essere incluse nella ricerca, ma non è da sottovalutare il ruolo che, tanto nella stessa città, quanto nella altrettanto vicina Messina, svolsero le Scuole di Arti e Mestieri. Tali istituzioni, il cui compito era quello di preparare nuove generazioni di artigiani e operai specializzati, includevano nella vasta rosa di insegnamenti specialistici anche la falegnameria, l’ebanisteria e la liuteria.
La Scuola di Arti e Mestieri di Catania venne istituita nel 1881 16, e, per una questione strettamente cronologica, non è presumibile che abbia accolto il giovane Gaetano: egli era, alla data della sua apertura, più che ventenne, un’età che andava ben oltre quella scolare. Nel caso di Messina, le Scuole di Arti e Mestieri cronologicamente compatibili sono l’istituto fondato nel 1778 da Carlo III di Borbone, poi divenuto l’Istituto d’Arte e Mestieri del Convitto Cappellini, e la Scuola della Società Operaia, nata nel 1862 (essa prevedeva delle agevolazioni per gli artigiani, i figli di artigiani soci e i poveri, ma era aperta a tutti) 17.
Se la mancanza di evidenze documentarie 18 spinge verso ulteriori ricerche, che possano far luce sul periodo della formazione del giovane Ragusa, è invece con mezzi più puntuali che ci si può muovere nelle vicende della sua maturità. Si scopre infatti che, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, Gaetano non era più un semplice falegname, ma un ebanista esperto tenuto in grande considerazione dall’élite taorminese 19. Lo conferma, in primo luogo, un nuovo cambio di professione negli atti di nascita dei figli: sull’atto di nascita del figlio Giovanni, nel 1895, egli figura per la prima volta come «ebanista» 20. Lo conferma, anche, una commissione d’eccezione, proprio legata a quella ‘industria dei forestieri’ tanto celebrata dagli storici: quella offertagli dalla nobildonna inglese Florence Trevelyan (1852-1907), una delle figure di spicco nel gruppo di stranieri residenti a Taormina.
L’impatto, fortissimo e indimenticato, che Florence ebbe sulla popolazione locale è legato, in particolare, all’opera di pianificazione botanica e architettonica che portò alla nascita di Hallington Siculo, il giardino romantico all’inglese divenuto oggi la villa Comunale di Taormina 21. Ricavato dall’unione tra i terreni posseduti dal marito, il dottor Salvatore Cacciola, e quelli acquistati dopo il matrimonio 22, il progetto coinvolse tutta la comunità, che mise a servizio la propria forza lavoro, ricevendo in cambio non solo una buona paga, ma anche una vera e propria formazione: la lady «[…] si dedicò a questo progetto con l’atteggiamento di chi sta convertendo il prossimo al culto sociale del landscape garden» 23 e trovò terreno fertile nella manodopera taorminese. La sua abitudine di annotare anche il più piccolo dei pagamenti, consegna alla contemporaneità una lunga lista di nomi di operai e artigiani a cui vennero affidate le migliorie apportate alla residenza in cui la donna andò a vivere una volta sposata. È dunque successivo al 1890 l’intervento affidato a Don Gaetano 24, che in Palazzo Cacciola Trevelyan realizzò una sala da pranzo, i telai delle porte ed alcuni mobili.
Collocata in una delle grandi stanze che affacciano sulla baia di Naxos, la sala da pranzo di Palazzo Cacciola Trevelyan (Figg. 2 – 3) è arredata con mobili in stile rinascimentale in legno di noce. Si tratta di un grande tavolo rettangolare sostenuto da gambe a lira riccamente scolpite con volute e busti di donne, piedi intagliati a fogliame e un piano d’appoggio con cornice esterna intagliata a rosette in clipei; una suite di sedie in legno di noce e seduta imbottita in tessuto, con schienale e trasverse di rinforzo intagliati a fogliame; due credenze, composte da tre ante decorate da medaglioni centrali a fiore, delimitate da cornicette intagliate, sormontate da due cassetti e affiancate da due stipiti, tutti decorati con motivi fitomorfi a volutine; un buffet a due ripiani con ornamenti ad intaglio che richiamano quelli presenti nelle credenze; un piccolo carrello portavivande con cornicette a rosette in clipei. Alle pareti, una boiserie con tre ordini di bugne, anch’essa in legno di noce intagliato, avvolge lo spazio inglobando sia i telai delle porte d’accesso degli altri vani, sia la cornice architettonica di un passavivande, decorata con palmette e volute intagliate.
Tra i mobili costruiti dall’ebanista, spicca poi una libreria in legno di noce (Fig. 4) costituita da due parti sovrapposte: quella inferiore, sporgente con un piano d’appoggio, presenta due cassettoni decorati da medaglioni a fiore, busti di donne intagliati e una modanatura ad ovoli e palmette; la parte superiore è formata da due ante a griglia in ferro battuto e pannelli in rosso, fiancheggiate da stipiti con busti di una cariatide e di un telamone, mascheroni e intagli geometrici, mascheroni. Conclude la struttura nella sua parte sommitale una cornice aggettante che, riccamente intagliata con fiori in clipeo, motivi a grottesca, racemi vegetali, modanature dentellate e a foglia d’acqua, testimonia la grande maestria della manodopera 25.
Nello spiegare il vantaggio economico che, nella Taormina del nascente turismo, acquisirono coloro i quali esercitavano un ‘mestiere’ rispetto a chi possedeva un semplice ‘impiego’, Dino Papale – avvocato, giornalista ed erede di Florence Trevelyan – scrive nel suo libro Taormina Segreta. La belle Époque 1876-1914: «chi ha un mestiere e lo svolge con successo, come i bravi ebanisti Ragusa, fa autentici capolavori di mobilio, ammiratissimi dai siciliani e dai turisti che li commissionano e li propagandano, per cui i figli imparano il mestiere dei padri» 26.
E, nel caso della famiglia Ragusa, è possibile rintracciare una commissione nella quale i figli poterono imparare il mestiere del padre: la costruzione dei mobili per la sala da pranzo della villa dell’artista inglese Robert Hawthorn Kitson (1873-1947).
Figlio di ricchissimi industriali di Leeds, artista e assiduo frequentatore dei circoli culturali londinesi, omosessuale, viaggiatore instancabile e collezionista raffinato, Kitson si trasferì a Taormina nel 1900 ed acquistò pochi anni dopo un lotto di terreno fuori dalle mura cittadine, nel quartiere di Cuseni 27. Qui edificò Casa Cuseni 28, uno degli esempi più interessanti tra le dimore costruite dalla comunità straniera in Sicilia.
La villa, circondata da un ampio giardino e arredata con pezzi di antiquariato, fu interamente progettata dall’artista, eccezion fatta per la dining room: per la sala da pranzo della sua nuova dimora, Kitson si affidò al gusto del suo amico e protetto, Frank Brangwyn (1867-1956), una delle più prolifiche e poliedriche personalità artistiche del XX secolo.
Pittore ed acquafortista esperto, molto apprezzato nelle esposizioni internazionali, Brangwyn giungerà alla fama mondiale come decoratore di grandi spazi istituzionali, quali la Camera dei Lord inglese 29 e il Rockefeller Center 30. Prima di impegnarsi in queste colossali imprese però, l’artista portò avanti il suo lavoro come designer d’interni. È su questa attività che risulta più semplice misurare il lascito di una prestigiosa formazione, avvenuta nelle fucine del movimento Arts and Crafts: la Century Guild of Artists, fondata dal suo maestro Arthur H. Mackmurdo (1851-1942), e il laboratorio di William Morris (1834-1896), in cui lavorò per due anni 31.
Tra il 1899 e il 1906, Brangwyn ideò due camere per la casa londinese dei coniugi Edmund e Mary Davis 32, una sala da biliardo per l’azienda Thurston and Co. 33, la dining room commissionatagli dal Colonnello Lionello Hierschel de Minerbi per Palazzo Rezzonico 34 e le due Camere inglesi realizzate per le Biennali di Venezia del 1905 35 e del 1907 36. La dining room di Casa Cuseni, progettata a partire dal 1905 e realizzata intorno al 1907, si inserisce coerentemente all’interno di questo corpus di opere, di cui rappresenta oggi l’unico esemplare ancora esistente. L’ampia corrispondenza tra Brangwyn e Kitson, nonché la documentazione grafica oggi conservata in parte a Casa Cuseni, in parte alla Biblioteca Universitaria di Leeds 37, permettono di constatare come, nello studio per la villa taorminese, il designer presentasse al suo patron idee ricavate dai lavori precedenti, ritenute ancora valide 38. Pertanto, risulta significativo comparare la camera taorminese con quanto intellegibile dai progetti e dalle fotografie degli altri interior, allo scopo di individuare le coordinate stilistiche e progettuali che contraddistinsero la produzione di Brangwyn nei primi dieci anni del XX secolo.
Entrando nella dining room di Casa Cuseni (Figg. 5 – 6), domina lo spazio un ampio tavolo rotondo in legno di noce americano intagliato (80 x 157 cm), poggiante su un sostegno a due bracci incrociati da cui si dipartono dodici colonne intagliate e dotato di un sistema allungabile che consente di trasformare, all’occorrenza, l’ampio piano tondo in ovale. Lo completano otto sedie in legno di noce intagliato con seduta in tessuto imbottita (107 x 48,5 x 41,5 cm): progettate per assolvere all’esigenza della praticità, le sedute presentano come unico elemento ornato uno schienale forato con trama geometrica, ottenuta attraverso la composizione di quattro listelli verticali retti e tre orizzontali a profilo curvilineo. Ammirando questi pezzi di design, è difficile non pensare alla Chair for the Blue Bedroom (Art Gallery of South Australia, Adelaide) 39 progettata da Charles Rennie Mackintosh (1868-1928) nel 1904 per il rinnovo della casa di Miss Catherine Cranston, Hous’hill, a Glasgow. Considerando lo scarto minimo (soli due anni) che intercorre tra le stanze progettate da Mackintosh in Scozia e quella taorminese, la somiglianza assume grande rilevanza, dimostrando la capacità di aggiornamento di Brangwyn sulle ultime tendenze del design europeo.
Tra i mobili della stanza spicca infine una credenza, anch’essa in legno di noce intagliato (89 x 165 x 49 cm), composta da due scomparti laterali, ognuno poggiante su quattro esili gambe, e da un lungo cassetto centrale, sostenuto da mensoline modanate, che funge da raccordo. In questo caso, il noce americano è intarsiato con altre qualità di legno, allo scopo di ottenere un paramento decorativo a scacchiera. Come in tutti gli altri ambienti, anche nello spazio della dining room la funzione decorativa è assolta da un lungo murales raffigurante un idillio campestre. Il fregio si srotola senza interruzioni lungo le quattro pareti, sormontando una boiserie in legno di noce che, saturando la metà inferiore delle mura, ingloba la porta della cucina antistante, un piccolo caminetto con mattonelle color cobalto e il dipinto paesaggistico realizzato nel 1912 40 da Sir Alfred East (olio su tela, 129 x 240 cm).
Concepita in ossequio al principio della unity of design, la piccola stanza si distingue dagli altri spazi della dimora, più aperti al dialogo con la cultura locale, costituendo invece un piccolo scrigno, uniforme e coerente in ogni suo dettaglio 41. In questo, Brangwyn non si dimostrò affatto rispettoso del precetto stabilito dai suoi maestri, per cui un architetto deve sempre confrontarsi con il genius loci, la tradizione del luogo: la dining room si trova a Casa Cuseni, a Taormina, come potrebbe trovarsi in qualsiasi altro luogo del mondo – fatto confermato dalla stringente somiglianza con gli altri interior, inglesi e veneziani. In altri modi il designer si dimostrò un bravo scolaro del movimento Arts and Crafts: l’attenzione alla qualità dei materiali e della manodopera chiamata a lavorarli. Ecco perché, in accordo con il proprietario, si decise di dare l’incarico ad alcuni local cabinetmarkers. Una fotografia scattata durante i lavori del 1907 e conservata all’interno della fototeca di Casa Cuseni (Fig. 7), raffigurante i Ragusa in posa davanti all’obiettivo di Robert Hawthorn Kitson, dimostra che la scelta ricadde sulla famiglia di ebanisti 42.
Incrociando tale documentazione fotografica con le informazioni contenute in una corrispondenza eterogenea – quella di Brangwyn, di Kitson, ma anche della madre e della sorella di quest’ultimo 43 – si scopre però che non tutti gli arredi sono stati prodotti in loco. In una lettera datata 2 marzo 1907, la madre di Robert annuncia alla figlia maggiore la consegna dall’Inghilterra del grande tavolo della sala da pranzo 44. Questo mobile era soprattutto frutto del lavoro di Giuseppe Ragusa, il maggiore tra i due figli maschi di Gaetano (Fig. 8): dopo aver appaltato la realizzazione degli arredi alla famiglia, Brangwyn e Kitson concordarono di offrire ad uno degli ebanisti la possibilità di perfezionare le sue competenze in Inghilterra. Così, in uno dei suoi viaggi di ritorno in madrepatria, Kitson portò con sé anche Beppino, che stette per alcuni mesi a servizio dell’azienda manifatturiera londinese Maple & Co 45. Cosa poteva trovare un giovane artigiano siciliano in un mobilificio tanto prestigioso?
Nata nel 1841, l’azienda con sede a Tottenham Court Road si era già affermata in Inghilterra e in Europa come uno dei principali produttori e rivenditori di arredi di lusso. Alla data dell’apprendistato di Beppino, l’impresa era in una fase di significativa espansione internazionale, grazie all’apertura di due nuove filiali a Parigi e Buenos Aires. Il suo successo non fu legato solo alla grandezza del suo commercio, ma anche e soprattutto all’alto profilo delle sue commissioni, essendosi specializzata sempre di più nell’arredamento d’interni per alberghi di lusso, residenze private e ambasciate 46.
Il momento del ritorno di Giuseppe Ragusa dall’Inghilterra venne immortalato in un’altra fotografia, che ritrae Gaetano e il figlio in piedi davanti al mobile (Fig. 9). A conferma della stima che nutriva per la famiglia, Kitson donò a Gaetano quattro grandi acquerelli, oggi parte della collezione di uno degli eredi dei Ragusa.
La commissione di Florence Trevelyan nell’ultimo decennio del XIX secolo, e poi, nel 1907, quella per Robert Kitson, suggeriscono che l’atelier dei Ragusa fosse pienamente inserito nel circuito dei fornitori di pregio dell’élite straniera residente a Taormina 47. Il confronto fra i due episodi permette anche di misurare la grande versatilità degli ebanisti: se alla lady furono consegnati arredi conformi al gusto siciliano dell’epoca, Kitson commissionò invece un ambiente in linea con le ultime tendenze del design europeo.
La fiorente attività edilizia sorta a Taormina a cavallo tra i due secoli fu solo uno dei poli attorno a cui orbitò la vasta gamma di relazioni che si vennero ad instaurare tra la comunità locale e la comunità straniera, il più proficuo in termini di scambio di competenze e conoscenze. Come i Ragusa, un’intera generazione di artigiani si adattò alle richieste del mercato e, lavorando al fianco di nomi noti dell’architettura europea – come Frank Brangwyn, Charles Robert Ashbee (1863-1942) e Inigo Triggs (1976-1923) – ebbe l’occasione di perfezionare la propria tecnica su progetti di respiro internazionale.
- Cfr. T. Roccuzzo, Taormina, l’isola nel cielo: come Taormina divenne Taormina, Catania 1992, p. 80.[↩]
- Cfr. M. D’Angelo-R. Lentini-M. Saija, Il «decennio inglese» 1806-1815 in Sicilia. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca, Soveria Manelli 2021.[↩]
- Cfr. G. Rizzo, Taormina e i suoi dintorni. Storia, architettura e paesaggio, Catania 1902, p. 167.[↩]
- Si segnalano, in particolare, la Guida-Annuario Galatola per la Sicilia e La Trinacria. Annuario di Sicilia. Guida generale dell’isola amministrativa-commerciale-professionale.[↩]
- Il laboratorio affacciava sulla strada, di fronte all’area in cui nel 1922 sorse la Chiesa Anglicana di Taormina, costruita su progetto dell’architetto di country houses e formal gardens, Sir Inigo Triggs (1876-1923) e su commissione di Miss Mabel Hill.[↩]
- Durante il matrimonio con Bernardina, Gaetano ebbe una relazione con Vittoria Trovò (Venezia, 26/09/1899-Messina, 11/01/1970), dalla quale nacquero Ferruccio Antonio (Venezia, 08/12/1919-Taormina 25/08/1977) e Ida (20/08/1922-17/09/2020). Dopo la morte di Bernardina, Gaetano sposò Vittoria e riconobbe i due figli da lei avuti. I riferimenti anagrafici qui presentati sono stati ricavati dall’Archivio Storico di Taormina e, grazie all’aiuto del Signor Alfio Barca e del Professor Mario Bolognari, dall’Archivio del Cimitero di Taormina.[↩]
- Annuario generale d’Italia e dell’Impero italiano, a. 51, Torino 1937-1938, p. 1750.[↩]
- La Trinacria. Annuario di Sicilia. Guida generale dell’isola amministrativa-commerciale-professionale, a. 22, Palermo 1933, p. 859.[↩]
- Non è stato possibile individuare una data precisa per la chiusura dell’atelier, ma la morte di Gaetano nel 1941, la decisione del figlio minore Giovanni di trasferirsi in Argentina nel dopoguerra, nonché la morte di Giuseppe nel 1953, circoscrivono un lasso di tempo di circa un decennio. Una corrispondenza del viaggio in Argentina di Giovanni potrebbe essere quella che ricorrere nell’archivio digitale Dal Porto al Mondo del Centro Internazionale Studi Emigrazione Italiana (CISEI), in cui compare traccia del viaggio di un “Giovanni Ragusa”, nato a Catania, di anni 53, sbarcato a Buenos Aires il 10/07/1948 con la nave F. Morosini. Cfr. Centro Internazionale Studi Emigrazione Italiana, Scheda dell’emigrante Giovanni Ragusa, http://www.ciseionline.it/portomondo/Dettagli_Arg.asp?id=353071.[↩]
- Archivio Storico Comunale di Taormina, Stato Civile postunitario, reg. degli atti di matrimonio (1883), parte seconda, Atto di matrimonio Ragusa Gaetano e Beata Bernardina, n. 1.[↩]
- ASTaormina, Stato Civile postunitario, reg. degli atti di nascita (1884), parte prima, Atto di nascita Ragusa Francesca Carlotta Elvira, n. 30.[↩]
- L’arte musicale di Gaetano fu ereditata dal figlio Giovanni, che a Taormina era noto proprio come esperto mandolinista. Suonava spesso all’Hotel San Domenico.[↩]
- Di contro, si potrebbe obiettare che il cambiamento di status indichi l’inizio dell’attività professionale e non necessariamente la fondazione di una ditta propria. Sicuramente è da scartare l’ipotesi dell’inizio di un apprendistato, vista l’età inoltrata di Gaetano alla data del 1884. [↩]
- Il nome di un possibile avo, Ludovico Allegria, figura sull’iscrizione in onore di Filippo V di Borbone, affissa nel 1704 sulla facciata di Palazzo dei Giurati ed oggi conservata all’ingresso del Municipio di Taormina. Cfr. A. Abate, Taormina 1674-1747. Demografia, Economia e Società, tesi di Dottorato, Università di Messina, a.a. 2018-2019, p. 51.[↩]
- Cfr. R. D’Amico, Identità dimenticate, la liuteria a Catania tra Ottocento e Novecento, Soveria Manelli 2023.[↩]
- Cfr. F.M.C. Santagati, Arti e Mestieri: Una scuola artistico professionale a Catania fra Otto e Novecento, Acireale-Roma 2010, p. 19.[↩]
- Cfr. A. Ciaccio, Le Scuole di Arti e Mestieri a Messina: nascita ed evoluzione dopo il terremoto del 1908, tesi di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Catania, a.a. 2022-2023.[↩]
- Questa linea di indagine si è assestata per ora solo sul piano teorico: se la ricerca nell’Archivio di Stato di Catania non ha prodotto risultati per la mancanza di documentazione attinente, quella condotta nell’Archivio Comunale di Taormina è stata complicata dalla mancanza di un inventario, mentre quella nell’Archivio della Camera di Commercio di Messina è stata di fatto impossibile a causa della situazione disastrosa in cui esso versa alla data della redazione di questo contributo.[↩]
- Non è un caso che il loro nome non figuri mai né nella serie dei registri delle delibere del consiglio comunale, né giunta comunale, in merito alle commesse affidate in quegli anni dal comune ad artigiani: ciò è segno dell’alto livello manifatturiero che erano in grado di esprimere, probabilmente troppo esoso e sprecato quando si trattava della realizzazione di arredi pubblici.[↩]
- Archivio Storico Comunale di Acireale, Stato Civile postunitario, reg. degli atti di nascita, parte prima (1895), «Atto di nascita Ragusa Giovanni», n. 228.[↩]
- Cfr. L. Longhitano-S. M. Cascone-S. Cascone-G. A. Longhitano, Il giardino ottocentesco della Villa Comunale di Taormina. Ricerca storica, primo approccio conoscitivo e prospettive di studio del più grande ‘beehive’, in Design and construction. Tradition and innovation in the practice of architecture, a cura di E. Scigliano, Gorizia 2021, p. 147.[↩]
- Il matrimonio si celebrò il 23 giugno 1890. Cfr. D. Papale, Taormina segreta. La Belle Époque. 1876-1914, Milano 1997, p. 147.[↩]
- T. Roccuzzo, Taormina, l’isola…, 1992, p. 84.[↩]
- L’Avv. Dino Papale (nipote di Cesare Acrosso, a sua volta nipote di Salvatore Cacciola e suo erede) conserva l’archivio privato di Florence Trevelyan, composto «soprattutto dai documenti, dalle lettere, dai diari, dalle foto lasciateci dalla zia» (D. Papale, Taormina segreta…, 1997, p. 46). Studiando le carte, ha potuto redigere una biografia di Florence, inserita nel più ampio saggio Taormina Segreta. La Belle Époque (1876-1914). Papale cita un «diario in cui lei [Florence, N.d.A.] riportava anche le più piccole spese quotidiane» (p. 87). In particolare, «in libro paga lady Florence aveva mensilmente, oltre a capimastri, eccellenti ebanisti, ben 22 ex contadini ai quali aveva insegnato l’arte del giardino all’inglese» (p. 85).[↩]
- Si ringrazia l’Avvocato Dino Papale, proprietario di Palazzo Acrosso Papale per aver concesso all’autore di visitare alcune delle stanze della casa.[↩]
- D. Papale, Taormina segreta…, 1997, p. 98.[↩]
- Cfr. D. Boswell, The Kitsons and the Arts: a leeding family in Sicily and the West Riding, tesi di Dottorato, The Institute of Advanced Architectural Studies, University of York, a.a. 1993-1994.[↩]
- La villa è stata trasformata nel secondo Novecento dall’erede di Kitson, Daphne Phelps, in una residenza per artisti e accoglie oggi il Museo delle Belle Arti e del Grand Tour della città di Taormina, una biblioteca, un archivio e una fototeca storica. Negli anni la soprintendenza di Messina ha istituito una serie di vincoli: vincolo architettonico e paesaggistico (1998); vincolo bibliografico (2018); vincolo storico artistico sulle Collezioni di Robert Hawthorn Kitson e Daphne Phelps (2021); vincolo demo-etno-antropologico (2023).[↩]
- I British Empire Panels vennero realizzati tra il 1925 e il 1932 per la Royal Gallery della Camera dei Lord. Rifiutati, sono oggi conservati presso la Swansea Guildhall, in Galles. [↩]
- Cfr. L. Horner, Frank Brangwyn: A Mission to decorate Life, Londra 2006, pp. 19 sgg.[↩]
- Cfr. L. Horner, Frank Brangwyn 1867-1956, Leeds 2006, p. 31.[↩]
- Cfr. F. Brangwyn, A bedroom decorated by Mr. Frank Brangwyn, in “The Studio: An Illustrated Magazine of Fine and Applied Art”, n. 85, a. 8, aprile 1900, pp. 173-180.[↩]
- Cfr. W. Shaw-Sparrow, The British Home of Today: a book of modern domestic architecture & the applied arts, Londra 1904, p. 76.[↩]
- Cfr. W. Shaw-Sparrow, Flats, Urban Houses and Cottage Homes. A companion volume to the British home of today, Londra 1906, pp. 112-113.[↩]
- Cfr. A.S. Covey, Frank Brangwyn’s scheme for the decoration of the British section at the Venice Exhibition, in “The Studio: An Illustrated Magazine of Fine and Applied Art”, n. 146, a. 13, 1905, p. 284-292.[↩]
- Cfr. S. Bowness- C. Phillpot, Britain at the Venice Biennale 1895-1995, Londra 1995, pp. 29 sgg.[↩]
- Pochi anni prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2005, l’erede di Robert Kitson, Daphne Phelps, decise di donare 79 degli 86 Sketchbooks (taccuini) dello zio, alcune delle sue lettere e materiale relativo ai suoi affetti (es. cataloghi di mostre di amici artisti) alla Biblioteca dell’Università di Leeds. Questi documenti costituiscono oggi i Robert Kitson papers. In tal modo l’archivio è stato di fatto smembrato, con questa vasta e varia documentazione tornata nella città natale di Kitson e una parte più esigua (le fotografie e quattro taccuini, uno solo dei quali numerato con il numero 81) rimasta a Casa Cuseni. Cfr. University of Leeds Special Collections, Robert Kitson Papers, https://explore.library.leeds.ac.uk/special-collections-explore/7406/robert_kitson_papers?query=Robert%20Kitson&browseQuery=Search&resultOffset=1.[↩]
- Cfr. D. Boswell, The Kitsons…, vol. III, 1994, p. 149.[↩]
- Art Gallery of South Australia, Chair for the Blue Bedroom, Hous’hill, Glasgow, https://www.agsa.sa.gov.au/collection-publications/collection/works/chair-for-the-blue-bedroom-houshill-nitshill-glasgow/26867/.[↩]
- Ultimo tassello messo in opera nella sala, il quadro fu realizzato nel 1912, ma firmato dall’artista nel 1913, poco prima della sua morte.[↩]
- V. Buda-S. Lanuzza, Collezione di Robert Hawthorn Kitson e Daphne Hawthorn Phelps. Dichiarazione di interesse culturale ai sensi dell’art.10 c.3 lett e.) e artt. 13 e 12 del Decreto Leg. vo 22.01.2004, n. 42 e ss. mm. ii., Messina 2021, p. 5.[↩]
- Tra i mobili della dining room solo uno non venne realizzato dalla famiglia Ragusa: un folio-cabinet dalle linee asciutte, in legno di noce intagliato e intarsiato, progettato da Brangwyn e ultimato già nell’ottobre 1905 da Jacob Solomon Henry, lo stesso artigiano che mise in opera gli arredi ideati dal designer per la Biennale di quell’anno. Cfr. D. Boswell, The Kitsons…, vol. III, 1994, p. 144.[↩]
- Cfr. D. Boswell, The Kitsons…, vol. I, 1994, p. 85.[↩]
- Ibidem[↩]
- Le carte dell’azienda Maple sono confluite nell’Archivio del Victoria and Albert Museum, dove costituiscono il fondo Allied Maples Group, Furniture retailers and manufacturers. La ricerca nel fondo non ha però prodotto risultati. Cfr. Victoria & Albert’s Archive, Allied Maples Group, furnitures retailers and manufacturers: records, https://www.vam.ac.uk/archives/unit/ARC107504.[↩]
- The furniture History Society, Maple and Co.; Cook and Maple; J. Maple (1841-1988), https://bifmo.furniturehistorysociety.org/entry/maple-co-cook-maple-j-maple-1841-1988.[↩]
- Fatto rilevante: Robert Kitson conosceva bene Florence Trevelyan, con cui aveva un rapporto diretto per via della sua amicizia di lunga data con il nipote di lei, Robert Trevelyan. Non è dunque da escludere che proprio la lady abbia indirizzato il giovane verso la ditta. Cfr. D. Boswell, The Kitsons…, vol. I, 1994, p. 103.[↩]