Simone Ciocchetti

Francesco Tomaselli: una coppia di doppieri napoletani in argento al Museo Accorsi-Ometto a Torino

simone.ciocchetti@studio.unibo.it
DOI: 10.7431/RIV33062026

Il museo Accorsi-Ometto di Torino con la sua ricca collezione è un punto di riferimento a livello nazionale con più di tremila opere dislocate in venticinque sale. Oltre a mobili, arazzi, ceramiche, sculture, dipinti e cristalli, una sezione importante è rappresentata dagli argenti. Queste collezioni continuano ad espandersi con l’oculata acquisizione di nuovi pezzi nel corso del tempo e proprio su un recente acquisto da parte del museo si vuole nello specifico focalizzare l’attenzione. Si tratta di una coppia di doppieri in argento di ambito napoletano, risalente al terzo quarto del Settecento (Fig. 1). I due doppieri sono stati acquistati dal museo nel 2017, in occasione dell’asta “Argenti, avori, icone e oggetti d’arte russa”, tenuta a Genova il 15 maggio di quell’ anno dalla casa d’aste Wannenes 1. Presentati con una stima tra i 4000 e 6000 euro, i doppieri sono stati datati al 1770 circa e identificati come una produzione napoletana. Oggi sono esposti nelle vetrine del museo Accorsi-Ometto insieme al resto della collezione di argenti, accanto a numerosi esempi di argenteria sabauda settecentesca realizzati dagli argentieri attivi per la corte dei Savoia. La base mistilinea presenta un piede gradinato, decorato in tre punti equidistanti da una estrosa foglia, unica decorazione presente, che si ricollega al fusto a volute, percorso da ornamenti floreali che seguono un’inclinazione rocaille, alla cui base reca incisa un’arma araldica, I bracci sono mossi con decorazioni a motivi naturalistici e la cimasa presenta soluzione in cui sembrano “sbocciare” numerose foglie. Nel XVIII secolo a Napoli, a compenso dei maggiori favori incontrati dalla porcellana, che aveva conquistato il re Carlo di Borbone e la corte, vi fu un forte aumento della domanda da parte della nuova classe borghese, orientata verso l’argento per la qualità stessa del prezioso metallo, adattabile ad ogni moda e trasformabile, in caso di necessità, rapidamente in denaro 2. Infatti, se la nuova moda della porcellana diffusasi negli ambienti di corte procurò una flessione della domanda essendo ora richiesti in porcellana molti oggetti già realizzati, negli identici modelli, in argento, la moda del “salotto” venuta dalla Francia apriva però a quest’ultimo nuove prospettive, le quali, insieme alla crescente richiesta della classe borghese, compensarono largamente la contrazione della domanda 3. Per quanto riguarda il sistema di produzione e regolamentazione, a Napoli la bontà dell’argento non era obbligatoriamente garantita dallo Stato durante l’età moderna. Particolare rilievo assumeva quindi la figura del saggiatore, detta anche “scagliatore” ed in seguito “toccatore”, che nel sistema corporativo riceveva nomina e paga dai consoli dell’Arte sotto il controllo del Regio Delegato. Egli disponeva di un punzone con le proprie iniziali, ma fino al 1798 non aveva l’obbligo di usarlo, essendo il suo operato avallato dal marchio di garanzia del console verificatore. Nel Settecento comunque si era consolidato un sistema per cui l’identificazione e la garanzia degli argenti napoletani era assicurata dal bollo dell’Arte con l’indicazione dell’anno, da quello consolare e da quello del maestro argentiere. Accade spesso che alcuni argenti oggi non rechino tutti questi bolli, anche se relativi al periodo di tempo nel quale essi furono chiaramente prescritti, ma ciò rientra in quel disordine generale frutto di vicende politiche e dei loro riflessi economici 4. Il bollo dell’Arte, a partire dal 1700 e fino alla durata del bollo corporativo nel 1808, recava al di sotto della corona le iniziali della città di Napoli ed il millesimo espresso con gli ultimi tre numeri dell’anno (ex: NAP 786) 5. Sulla base di uno dei doppieri è possibile leggere seppure a fatica il bollo dell’Arte. Nella stessa zona della base il bollo è stato ripetuto più volte e la corona soprastante è appena percepibile (Figg. 23). Al di sotto il numero dell’anno, il cosiddetto millesimo, è come nel caso dell’altro bollo tagliato da una non corretta esecuzione di chi lo ha impresso. Tuttavia, è possibile leggere l’ultima cifra come un “7”, di cui si conserva la parte superiore. Purtroppo la decina non è più visibile, se non per una piccolissima parte di una stanghetta superiore, interpretabile come un altro “7”. Il bollo dei consoli fu reso obbligatorio dal 1690, era costituito dalle iniziali del console, seguite dalla lettera “C” e racchiuse in abaco mistilineo, consentendo di individuare il responsabile della garanzia che applicava il proprio bollo dopo che l’argento era stato provato dal saggiatore 6. Sulla base di uno dei candelieri è riconoscibile una serie di lettere, essendo incise e non propriamente impresse con un bollo non sembrano interpretabili come un vero e proprio punzone del console o dell’argentiere (Fig. 4). Inoltre la prima delle tre lettere è stata compromessa nella lettura dall’applicazione appena al di sopra di uno dei bolli dell’Arte (NAP). Le ultime due lettere sembrano potersi leggere come “C” o “G”, mentre la prima lettera rimane illeggibile. Se si trattasse di una “C” la lettera finale, potrebbe essere effettivamente il marchio del console. Nell’elenco dei consoli individuato dagli studiosi Elio e Corrado Catello sono vari i potenziali consoli che potrebbero aver bollato i candelieri in questione, tenendo conto che su basi stilistiche essi si datano all’ottavo decennio del Settecento e che l’anno esatto dovrebbe terminare con il numero sette. La data esatta di esecuzione riportata dal bollo dell’Arte dovrebbe essere quindi il 1777. Si segnala anche che, al di sotto della base, in entrambi gli esemplari, sono incise le lettere “S.V.”, forse interpretabili come le iniziali del committente o di un collezionista successivo (Fig. 5). Chiariti questi elementi di contesto e l’ambiente corporativo di Napoli, si può meglio analizzare la coppia di doppieri del museo Accorsi-Ometto. Se la lettura del punzone, dei bolli e dello stemma nobiliare sul manufatto da soli non sono stati esaustivi, la soluzione a questi numerosi punti irrisolti è stata data dalla consultazione a più ampio raggio della bibliografia relativa alla produzione argentaria profana napoletana del XVIII secolo. È stato infatti possibile individuare altri argenti napoletani coevi che presentano soluzioni ornamentali e formali analoghe: i doppieri del museo Accorsi-Ometto sono accostabili ad una coppia di doppieri, di cui viene illustrato un esemplare in una fotografia in bianco e nero nell’opera Argenti napoletani dal XVI e XIX secolo (1972) 7. Si tratta di oggetti facenti parte al tempo di una collezione privata a Napoli. Per l’esatta lettura dell’anno di fabbricazione si riporta che non è possibile effettuarla, datando comunque il manufatto al 1770 circa. La data, quindi, risulta coerente con quella indicata nel catalogo online dell’asta di Wannenes per i doppieri del museo Accorsi-Ometto. La stessa coppia illustrata nel 1972 è forse da identificarsi con quella esposta alla mostra Tre secoli di argenti napoletani, tenutasi a Castel Sant’Elmo nel 1988, poiché in catalogo si illustrano una coppia di doppieri identici, la cui ubicazione non è però riportata 8. La fotografia, questa volta a colori e con entrambi i doppieri, permette un miglior confronto, confermando lo stretto rapporto con quelli di Torino (Fig. 6). Nella scheda di catalogo si precisa che i candelieri presentano un marchio (“NAP 780”), ossia quella della corporazione dell’Arte, che identificherebbe l’anno di produzione al 1780, spostando leggermente in avanti la datazione al 1770 circa avanzata nel 1972 da Catello, che riportava che come non fosse possibile leggere l’anno di esecuzione per la battuta del camerale, lasciando dunque ancora aperta l’ipotesi che si tratti di un altro esemplare. Non risultano altri bolli e la mancanza del bollo dell’argentiere e del console, che non di rado come visto si riscontra nelle manifatture di uso domestico di tardo Settecento, non consente di identificare l’artefice. Questi doppieri per le movenze dei fusti e dei boccioli e l’asimmetria degli elementi decorativi evidenziano l’affermarsi a Napoli del gusto rococò 9.

Alla mostra del 1988 è possibile riscontrare alcune affinità anche con un’altra coppia di candelieri esposti in quell’occasione, le cui basi propongono la medesima soluzione strutturale e decorativa degli argenti di Torino 10. Essi presentano il marchio consolare dell’argentiere “F.T.C.”, corrispondente a Francesco Tomaselli, e quello della corporazione “NAP 78” (Figg. 78). Le basi sono tripartite e sagomate a più ordini di modanature, interrotte superiormente da larghe foglie 11. L’ambito napoletano e la contiguità cronologica delle due coppie di doppieri esposte in mostra con quelli del museo Accorsi-Ometto, tutti prodotti durante il decennio 1770-1780, conferma una soluzione abbastanza diffusa per i candelieri e i doppieri a Napoli in quel periodo. L’indicazione del nome dell’argentiere Francesco Tomaselli è fondamentale, in quanto oltre alla consonanza stilistica e la contiguità cronologica tra i suoi candelieri e i doppieri in possesso del museo Accorsi-Ometto, ci sono altri indizi che portano alla sua identificazione quale autore anche dei manufatti torinesi. Si è infatti individuata una coppia di piccoli vassoi in argento messi in vendita online dalla casa d’aste Pandolfini il 26 novembre 2018, eseguiti da Francesco Tomaselli nel 1774 e recanti al centro del vassoio lo stesso stemma araldico inciso sulla base dei doppieri al museo torinese 12. Si scopre quindi che è lo stemma della famiglia Velluti Zati di San Clemente e che il punzone dell’argentiere Tomaselli (F.T.C.), il quale oltre alle iniziali riporta anche la sua carica consolare (C.) ricoperta più volte, è accostabile alla serie di tre lettere incise sulla base di uno dei doppieri del museo Accorsi-Ometto, leggibile come “Francesco Tomaselli Console” (Figg. 910). Infatti, se la prima lettera è poco leggibile, le seguenti sono interpretabili come una “T” e una “C”. Nonostante il confronto con il punzone di Tomaselli ritrovato su altri argenti non fornisca riscontri in tal senso, in quanto si tratta di un vero punzone applicato all’oggetto e non di lettere incise, la lettura di quest’ultime e gli elementi quali la committenza, l’altezza cronologica e le affinità delle scelte ornamentali, non potendo trattarsi solo di coincidenze o di modelli comuni diffusi in una determinata aerea geografica, fanno propendere per il nome di Tomaselli quale artefice dei doppieri di Torino. Per quanto riguarda la famiglia committente, i Velluti Zati erano formati da due famiglie di origine toscana, quella dei Vellutie degli Zati, entrambe economicamente legate alla Sicilia e al napoletano sin dal XVI secolo, e riunite nel 1632 con il matrimonio fra Vincenzo di Francesco Velluti e Anna di Giulio Zati. Nel 1788 Simone Vincenzo Velluti Zati acquistò il palazzo fiorentino Guadagni, inseguito alla morte del suo illustre inquilino, Carlo Edoardo Stuart conte d’Albany. Ad inizio Ottocento la famiglia fece definito ritorno in Toscana, a Firenze, insediandosi nel palazzo. Le iniziali “S.V.” incise al di sotto delle basi dei doppieri torinesi dovrebbero quindi doversi riferire a Simone Vincenzo Velluti Zati, duca di San Clemente (4/11/1745-19/4/1818), il quale è da considerarsi come colui che ha ordinato la realizzazione delle opere 13.

Inoltre, sul sito della casa d’aste Pandolfini si trovano altri argenti settecenteschi e ottocenteschi appartenuti alla famiglia Velluti Zati. Gli altri pezzi di argenteria settecentesca venduti all’asta e provenienti dalla collezione della famiglia Velluti Zati non recano però alcun punzone di argentiere, anche se si ritrova il marchio dell’Arte di Napoli indicante gli anni 1773-1774. È possibile dunque, tenendo conto della committenza e della contiguità cronologica con i doppieri del museo Accorsi-Ometto e dei due vassoi venduti dalla stessa casa d’aste con il marchio di Tomaselli nel 1774, una loro attribuzione sempre a Francesco Tomaselli. Egli potrebbe aver realizzato negli anni Settanta del Settecento diversi oggetti per l’argenteria da tavola di questa nobile famiglia, pochi anni prima del loro rientro in Toscana.

Di Francesco Tomaselli si hanno notizie dal 1714 e secondo Catello risulta ricoprire la carica di console nel 1774, 1778, 1785 e nel biennio 1797-1798 14. Tomaselli appose il suo bollo consolare anche nel 1786 ad un ostensorio conservato nella cattedrale di Ostuni. Lo studioso Giovanni Boraccesi integra gli anni in cui Tomaselli avrebbe ricoperto tale carica anche con il 1790, 1791 e 1795, in virtù di argenti da lui studiati e su cui ha letto il bollo consolare dell’argentiere 15. Tuttavia, non era infrequente che i consoli conservassero il marchio consolare e lo utilizzassero anche al termine della loro carica, quindi il bollo consolare non certifica obbligatoriamente con certezza l’esecuzione di un argento in uno degli anni in cui si è ricoperto la carica. Tomaselli oltre che a Napoli, fu attivo in particolare nel territorio pugliese e per un confronto con altre sue opere si segnala sul portale dei Beni culturali ecclesiastici un gruppo di sei candelieri in argento, parte dell’arredo liturgico della diocesi di Nardò-Gallipoli, recanti il punzone consolare dell’argentiere il cui lavoro si data al 1785 (in realtà è leggibile solo l’inizio del bollo dell’Arte, “NAP 78”) (Fig. 11). La base propone la stesse soluzione degli altri candelieri di Tomaselli, mentre il fusto è assai spoglio e semplificato nella struttura e nell’apparato ornamentale. Un altro esemplare realizzato dallo stesso argentiere si segnala a Rutigliano (BA), la cui struttura e i volumi sono ripetuti abbastanza fedelmente, seppur depurati da qualsiasi decorazione. Esso reca il punzone di Tomaselli ed è datato genericamente all’ultimo quarto del XVIII poiché il millesimo del marchio dell’Arte è illeggibile 16. Significativa la segnalazione di un crocifisso in argento realizzato nel suo primo anno consolare (bollo dell’Arte “NAP 774” e bollo consolare “F.T.C.”), in cui l’argentiere dimostra la sua bravura decorando finemente i bracci con una sottile trama ornamentale vegetale che si snoda fino alla terminazione dei due bracci, la cui soluzione curvilinea è impreziosita da giochi di volute 17.

Nella chiesa di San Severino a San Severo Boraccesi ha individuato un tronetto, datato 1791 (“NAP 791”) e ripetutamente punzonato con il suo marchio consolare (“F.T.C.”). Esso rivela la mano di un argentiere qualificato che lo studioso ipotizza essere lo stesso Tomaselli, in qual caso sarebbe un’ennesima prova di come l’artefice, in quest’anno, fosse contemporaneamente autore e console 18. Dal confronto con la coeva produzione di candelieri ad uso liturgico, si osserva come Tomaselli nei numerosi esemplari realizzati opti per soluzioni molto sobrie e quasi prive di elementi decorativi rispetto alla coppia di doppieri oggi a Torino realizzati per la famiglia Velluti Zati, dove è apprezzabile una più copiosa e raffinata ornamentazione rispetto ai candelieri di committenza religiosa. Questa differenza è spiegabile con la destinazione d’uso: se nel caso dei candelieri per gli apparati liturgici delle chiese ben si addice sobrietà ed economia nella commissione, dall’altra non sorprende da parte della nobiltà la richiesta di sfarzo e ornato nell’arredo e nell’argenteria.

Infine, per i doppieri di Tomaselli a Torino si ravvisa un influsso dell’argenteria francese. Se nel secolo XVIII il gusto francese domina incontrastato un po’ ovunque e in Italia influenza molti centri, come Torino, a Napoli l’arte argentaria si rivela assai autonoma, con uno stile originale pervaso da reminiscenze barocche 19. Anche se non mancò una produzione quantitativamente modesta di chiara ispirazione francese: oggetti portati nella città partenopea dall’aristocrazia maggiormente sensibile alla moda di Parigi 20. Nonostante sia quindi prevalente in ambito piemontese più che in quello napoletano, l’influsso dell’argenteria francese rococò non è del tutto assente. Se infatti la dinastia dei Borbone abbandonò questa cultura figurativa a seguito della scoperta di Ercolano e Pompei, lasciò comunque i nobili partenopei liberi di scegliere il modo con cui decorare i propri spazi di rappresentanza 21. Si possono a questo proposito prendere in considerazione alcuni argenti, come una coppia di candelieri di Charles Donze del 1765-1766, argentiere francese attivo tra il 1748 e il 1774, oggi a Lisbona, la cui base è forse la più vicina a quella del doppiere napoletano di Tomaselli del Museo Accorsi-Ometto (Figg. 1213). Quest’ultimo riprende dal modello francese anche il collegamento al fusto delle foglie modellate alla base tramite sottili nervature vegetali, mentre il fusto, dal rigonfiamento della parte superiore più pronunciato, propone un repertorio ornamentale leggermente diverso di piccole volute e rametti con foglie inseriti tra linee sinuose che si avvitano a spirale dando seguito al movimento che parte dalla base 22.

In conclusione, appare probabile che l’artefice dei doppieri sia Francesco Tomaselli, un artista molto prolifico e con una lunga carriera che attraversa tutto il Settecento. Della sua produzione è documentata in particolar modo una serie di oggetti ad uso liturgico databili agli ultimi decenni del XVIII (reliquiari, crocifissi, candelieri, bacinelle, ostensori, calici) 23. Tuttavia, i due esemplari di doppieri conservati a Torino testimoniano negli stessi anni come egli fu attivo anche nel campo dell’argenteria profana per la committenza laica. Non sono invece note sue opere scultoree o figurative 24. Egli fu attivo a Napoli, dove nel 1783 Catello riporta che fece gli apprezzi degli argenti di Francesco De Mura 25, e anche in Puglia, come testimoniano gli apparati liturgici di diverse chiese pugliesi (a Gravina, Monopoli, Nardò, Rutigliano, San Severo). Argenti con il suo bollo consolare si ritrovano anche in territorio abruzzese, lucano e molisano, restando in alcuni casi l’interrogativo se si sia limitato ad apporre il bollo in qualità di console o se in alcuni casi sia stato anche l’artefice dell’argento bollato 26.

Se la produzione di argenti nel Regno di Napoli nel corso del Settecento si sviluppa all’insegna di una tendenza che perpetua soluzioni barocche anche in pieno periodo Rococò, nel segno della tradizione e del recupero di soluzioni stilistiche precedenti, nella fattispecie nell’ambito della produzione religiosa, non è assente un aggiornamento sui coevi modelli francesi, la cui influenza era comunque maggiormente percepibile in ambito profano 27. L’aristocrazia, infatti, mossa anche dal nuovo interesse per le porcellane, era maggiormente predisposta a ricercare il nuovo, come dimostra anche la produzione di argenti, di cui i doppieri di Tomaselli ora al museo Accorsi-Ometto costituiscono una pregevole testimonianza e la cui provenance unisce Napoli, Firenze e Torino.

  1. Ringrazio la funzionaria del museo Alice Paquola e la responsabile dell’archivio Delfina Dall’Acqua per le informazioni e le fotografie gentilmente concesse e il direttore Luca Mana. Le misure dei doppieri sono: alt. 36 cm, larg. 33 cm, peso totale 2685 gr. I doppieri sono riprodotti in L. Mana, L’argenteria dei Borbone, in Da Piffetti a Ladatte. Dieci anni di acquisizioni alla Fondazione Accorsi-Ometto, catalogo della mostra a cura di G. Ometto-L. Mana, Cinisello Balsamo 2018, pp. 78-79.[]
  2. E. e C. Catello, Argenti napoletani dal XVI al XIX secolo, Napoli 1972, pp. 38-39.[]
  3. E. e C. Catello, Argenti napoletani…, 1972, p. 42.[]
  4. E. e C. Catello, Argenti napoletani…, 1972, p. 55.[]
  5. E. e C. Catello, Argenti napoletani…, 1972, pp. 63-64. Si veda anche E. Catello, L’arte argentaria napoletana nel XVIII secolo, in Settecento napoletano, documenti, a cura di F. Strazzullo, Napoli 1982, pp. 45-62.[]
  6. E. e C. Catello, Argenti napoletani… 1972, p. 68.[]
  7. E. e C. Catello, Argenti napoletani… 1972, p. 269, tav. 52.[]
  8. Tre secoli di argenti napoletani, catalogo della mostra a cura di C. Catello, Napoli 1988, p. 58, tav. 62. I candelieri sono alti 22 cm.[]
  9. Illustrazione in C. Catello, Tre secoli… 1988, p. 136, tav. 62.[]
  10. C. Catello, Tre secoli… 1988, p. 59, tav. 73.[]
  11. Illustrazione in C. Catello, Tre secoli… 1988, p. 146. Un esemplare simile, differente solo nelle proporzioni delle foglie applicate alla base, è pubblicato in E. e C. Catello, Argenti napoletani dal XVI al XIX secolo, Napoli 1973, p. 333, tav. LXVIII.[]
  12. Illustrazione in C. Catello, Tre secoli… 1988, p. 146. Un esemplare simile, differente solo nelle proporzioni delle foglie applicate alla base, è pubblicato in E. e C. Catello, Argenti napoletani dal XVI al XIX secolo, Napoli 1973, p. 333, tav. LXVIII.[]
  13. L’atto di battesimo e di morte si trovano nel Fondo di San Clemente dell’archivio Velluti Zati ad Anghiari, nella cartella “Affari diversi” Simone Vincenzo di Francesco Velluti Zati sua nascita Descrizione del Fascicolo. Si rimanda anche al sito del SIUSA per informazioni sull’archivio di San Clemente.[]
  14. E. e C. Catello, I marchi dell’argenteria napoletana dal XV al XIX secolo, Napoli 1996, p. 36 e p. 73. Gli anni indicati sono dedotti dal ritrovamento del suo bollo consolare associato all’anno del bollo dell’Arte rinvenuto su alcuni manufatti da lui realizzati, tra cui un crocifisso in collezione privata del 1774, un reliquiario nella chiesa di San Gregorio Armeno del 1785, una coppia di piccoli candelieri della basilica di San Nicola di Bari del 1788 e una bacinella del 1797 nella sacrestia sempre della basilica di San Nicola, si veda E. e C. Catello 1973, Argenti napoletani…, pp. 104-105.[]
  15. G. Boraccesi, Vasi sacri e arredi d’argento della cattedrale di Ostuni, in “Parole e Storia”, n. 27, XIV (n.1/2020), p. 13.[]
  16. Scheda OA n. 00132865. Questo e i candelieri di Nardò sono assimilabili ai candelieri realizzati sempre da Tomaselli e illustrati in C. Catello, Tre secoli…, 1988, p. 146. Prototipo assai diffuso in area partenopea e pugliese, come dimostra anche il confronto con i candelieri di argentiere napoletano del 1774 nella cattedrale di San Benedetto a Conversano, si veda G. Boraccesi, Ora et Mirabilia. Il complesso degli argenti del monastero di San Benedetto a Conversano, in Il “Tesoro” di San Benedetto. Storia, arte, devozione e vita quotidiana nel Monstrum Apuliae, catalogo della mostra a cura di V. Labbate, Foggia 2017, p. 280.[]
  17. A. Caròla-Perrotti, Porcellane e argenti a Napoli: primi appunti per una storia completa, in C. Catello, Tre secoli…, 1988, p. 30 e p. 59.[]
  18. G. Boraccesi, Gli argenti della chiesa di San Severino a Severo, Foggia 2011, pp. 18-19. Lo studioso gli attribuisce anche una coppia di candelieri, per le caratteristiche morfologiche e decorative, di evidente stile rocaille, confrontandoli con quelli eseguiti da Francesco Tomaselli per l’ex monastero delle Clarisse di Rutigliano e con gli altri del 1797 conservati dal Museo Capitolare di Gravina, e sui quali, peraltro, è incusso il bollo consolare dello stesso Tomaselli. A quest’ultimo Boraccesi assegna anche un reliquiario, conservato sempre nella chiesa di San Severino, si veda G. Boraccesi 2011, Gli argenti…, pp. 20-21.[]
  19. P. Torriti, Gli argenti e le bevande coloniali, in Bevande Coloniali. Argenti e salotti del Settecento italiano. Te, Caffè e Cioccolato, a cura di I. Pugi-P. Torriti, Roma-Arezzo 2015, p. 23.[]
  20. C. Catello, Tre secoli…, 1988, p. 45.[]
  21. G. Ometto, L. Mana, Da Piffetti…, 2018, p. 78.[]
  22. P. Fuhring, L’orfèvrerie française de la collection Calouste Gulbelkian, Lisbona 2022, pp. 114-119.[]
  23. Si segnalano in merito anche le schede OA n. 00039629 per un calice realizzato da Tomaselli nel 1776 per un comune molisano e la scheda OA n. 00169059 per un ostensorio pugliese a lui attribuito per la presenza del suo punzone.[]
  24. Si segnala comunque una statua argentea del 1790 raffigurante San Rocco con il bollo consolare di Tomaselli, a Montorio al Vomano, in Abruzzo, si veda Scheda OA n. 00145065[]
  25. C. Catello 1973, Argenti napoletani…, p. 104.[]
  26. Per la produzione di Francesco Tomaselli nel territorio di Monopoli si veda G. Boraccesi, Catalogo degli argenti liturgici della basilica collegiata di San Martino, in “Umanesimo della Pietra. Città & Cittadini”, n. 13, 2007, pp. 51-52.[]
  27. C. Catello, Tre secoli…, 1988, p. 30.[]