Beatrice Rinaldi

Un inedito comò romano del Settecento

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DOI: 10.7431/RIV33032026

La recente pubblicazione del volume di Álvar Gonzáles Palacios sul mobile romano del Settecento 1 ha dato origine ad una riflessione critica sui lavori di ebanisteria eseguiti durante il XVIII secolo nella capitale dello Stato Pontificio, e in particolare su di un originale cassettone impiallacciato e intarsiato in palissandro la cui eleganze delle forme è accentuata da due cassetti a balestra e un cassetto di dimensioni leggermente ridotte, nella parte superiore (Fig. 1). L’intera fronte è perimetrata da una decorazione in bronzo dorato dalla quale sporge, nella parte inferiore, un’ulteriore ornamentazione lignea che accentua in maniera sinuosa i bordi del cassetto inferiore. Il piano in verde antico presenta anch’esso una finitura in bronzo dorato, così come le bocchette e le maniglie (Fig. 2). A differenza dei coevi mobili romani i cui interni sono spesso in pioppo, quelli di questo comò sono in noce, a dimostrazione dell’elevata qualità del mobile e, verosimilmente, della prestigiosa committenza (Fig. 3). Infine, l’andamento bombato delle fiancate, tipico dei mobili romani degli inizi del XVIII secolo è accentuato dalle applicazioni bronzee cesellate e dorate a fuoco con mercurio, raffiguranti teste d’ariete con gambe a zoccolo (Fig. 4). Il petto degli arieti è ulteriormente decorato con una collana di fiori e foglie, secondo un motivo decorativo che viene ripreso anche nelle gambe che sorreggono il mobile, mentre ai lati del comò sono altresì presenti due maniglie.

Fatta eccezione per le fonti orali, che citano l’arredo presso due antiquari romani 2, questo importante mobile apparve per la prima volta in una vendita della Kohn Marc-Arthur organizzata a Parigi nel 2017 3. Nella medesima asta furono venduti altri mobili di notevole qualità, tra cui un elegante divano settecentesco con le relative poltrone, anch’essi di proprietà di Alicino, provenienti da Palazzo Borghese2. Consultando i cataloghi delle aste alle quali negli anni sono stati battuti i mobili acquistati da Alicino, si potrà notare la provenienza illustre che ha sempre caratterizzato le sue scelte e i suoi arredi. A tal proposito, la vendita più rimarchevole di arredi romani fu l’asta organizzata a Roma da Sotheby’s presso il Casino dell’Aurora Pallavicini nel maggio del 2004.

Stilisticamente, questo elegante comò romano trova piena corrispondenza con gli altri arredi presenti a Roma a metà Settecento, in particolare, come si avrà occasione di argomentare, mostra affinità con i mobili di ebanisteria realizzati per il cardinale Flavio II Chigi (1711-1771).

In merito alla rimarchevole qualità dei pannelli intarsiati, delle cesellature, e del piano marmoreo del nostro mobile, non si può non menzionare a confronto il famoso comò Boncompagni-Ludovisi, anch’esso di foggia bombata, in palissandro e legno violetto, la cui fronte divisa in due cassetti è decorata con pannelli intarsiati a motivi geometrici simili al comò qui analizzato. Come fatto notare da Gonzáles Palacios, la soluzione cromatica di questo mobile, molto simile al nostro, ricorda inesorabilmente le creazioni dell’ebanista tedesco Giovanni Ermas, attivo negli anni Sessanta del Settecento come mobiliere e restauratore di mobili, insieme all’intagliatore Nicola Carletti, per il cardinale Flavio II Chigi 4.

Anche il Palazzo del Quirinale conserva una coppia di commode decorati con un motivo geometrico simile a quello qui preso in esame, con cesellature in bronzo dorato e un piano marmoreo anch’esso in verde antico.

Un altro famoso esempio di mobile stile Luigi XV prodotto a Roma è il comò impiallacciato in palissandro, ora in collezione privata, del c.d. “Ebanista dei

Barberini”. Anche questo elegante comò presenta delle raffinate lavorazioni in bronzo dorato, semplici e delicate. Similmente al nostro mobile, le gambe, con finiture in bronzo dorato, sono a zampa di capra, tipiche della Roma di quell’epoca 5. In merito a queste rimarchevoli lavorazioni bronzee, Palacios mette in evidenza l’affinità di gusto con gli ebanisti d’oltralpe 6.

Gli esempi romani fin qui riportati si distinguono per l’elevata qualità, tuttavia, un confronto più stringente può essere fatto con il comò (Fig. 5) pubblicato da Álvar Gonzáles Palacios 7 a cui si può affiancare un altro esemplare quasi identico, oggi nella Fondazione Terruzzi 8. Si tratta di due meravigliosi comò impiallacciati e intarsiati con abbellimenti in bronzo dorato e piano in verde antico. Le applicazioni bronzee, terminanti con motivi a rocaille, sono notevolmente lavorate: le teste taurine sono impreziosite da grappoli d’uva, i cui tralci continuano per tutta la lunghezza del petto e delle zampe, mentre le maniglie sono a foggia di cornucopie intrecciate. Per questo mobile, Palacios propone gli stessi confronti già eseguiti anche per il comò protagonista di questo studio. Un confronto interessante fatto in questa scheda è con il modello di un comò decorato con teste d’arieti progettato da Giovan Battista Piranesi e pubblicato nelle Diverse maniere d’adornare i cammini del 1769. Ovviamente, prendendo in considerazione i modelli per bronzi o le decorazioni ideate da Piranesi o da Luigi Valadier, si può notare come il toro o l’ariete, in quanto appartenenti a un repertorio ornamentale di derivazione antica, siano soggetti piuttosto comuni nei loro progetti, e dunque nelle decorazioni di mobili e arredi 9. In più occasioni Palacios propone, come ulteriore chiave interpretativa dell’impiego delle teste taurine in tali decorazioni, un possibile rimando agli emblemi araldici delle famiglie committenti. È il caso di un tavolino circolare romano con piano in mosaico a piccole tessere eseguito per il re di Polonia Stanislao Poniatowski 10. La decorazione del piede del tavolo non può non essere messa a confronto con il nostro comò o con quello della Fondazione Terruzzi. Anche in questo caso, oltre alle teste caprine, la decorazione continua con un motivo vegetale che scende sul petto per poi terminare con gli zoccoli. Tali dettagli, derivati dai modelli di Piranesi e Valadier, sono indicativi del gusto antiquario dell’elevata qualità dei lavori che si realizzavano a Roma nella seconda metà del Settecento per i committenti più raffinati.
Sicuramente, come il nostro comò, un mobile di tale qualità deve aver richiesto un notevole investimento, ma anche la collaborazione di due figure professionali distinte, quali un ebanista e un bronzista.
Per quanto concerne le eccellenti finiture bronzee del cassettone qui pubblicato, non è da escludere che, nella fase progettuale ed esecutiva, abbia avuto un ruolo un orafo-bronzista del livello pari a quello di Luigi Valadier. Confrontando le particolari maniglie e le bocchette della commode, è possibile riscontrare diversi richiami a specifici disegni del Valadier. Il foglio 29 dell’album conservato presso la Pinacoteca Comunale di Faenza, ad esempio, presenta dei progetti per finiture in bronzo di una commode (Figg. 6 – 7), le cui maniglie, cosa non inconsueta, sono decorate con bizzarre teste mostruose. Nel citato volume di Álvar Gonzáles Palacios dedicato al Settecento romano, lo studioso mette in relazione il disegno del comò della Pinacoteca Comunale di Faenza con la famiglia Chigi, facendo notare che le foglie di quercia utilizzate come ornamentazione potrebbero verosimilmente rimandare allo stemma araldico della famiglia 11. Considerando la pregevole lavorazione bronzea del nostro mobile, dunque la certezza di una committenza prestigiosa, e l’evidente somiglianza con il comò dell’album di Faenza (Fig. 8), non è da escludere che tali ornamentazioni siano state progettate o ispirate da orafi di alto livello, se non dallo stesso Luigi Valadier.

In merito alla possibile manifattura del comò, si faceva prima menzione dell’ebanista Giovanni Ermans, forse discendente del tedesco Jacopo Herman attivo a Roma presso la corte di Alessandro VII Chigi (1655-1667). Non si hanno molte informazioni su questo raffinato mobiliere, la cui personalità merita di essere ulteriormente studiata, ma le schede di alcuni mobili a lui attribuiti e, su base documentaria, i molteplici arredi eseguiti per il cardinale Chigi negli anni Sessanta del Settecento, concorrono alla delineazione del suo stile e dunque alla creazione di un suo catalogo. Un Giovanni Ermans viene citato nel Diario Ordinario della famiglia Chracas del 1764: “un nobile altare tutto impellicciato di radica di noce si è venduto in questa settimana esposto alla publica curiosità nella Bottega del virtuoso Ebbanista Sig. Gio: Ermnas Romano, situata nella piazza Randanini, dal qual Professore è stato il lavoro molto bene eseguito, con ottimo disegno, e direzzione del bravo Architetto Sig. Melchiorre Passalacqua […]” 12. Tale testimonianza, rilevantissima, ci permette altrsì di riflettere sulla fortuna e la considerazione che questo mobiliere, qui definito “professore”, ebbe già in vita 13.
La casa d’aste Giglio possiede una bellissima commode impiallacciata schedata da Palacios e attribuita a Ermans (Fig. 9) 14. L’andamento leggermente bombato, le lavorazioni metalliche e le diverse tipologie di legni utilizzati lo rendono simile, sebbene molto più semplice nella decorazione, al già citato comò Boncompagni-Ludovisi. In più occasioni lo studioso ha messo a confronto tale arredo, uno dei più simili al nostro fra i mobili finora menzionati, con i lavori di ebanisteria di Erman. Un confronto da lui proposto, ad esempio, è con una coppia di comodini provenienti dalla residenza suburbana di Via Salaria 15.

Come si è accennato, il comò presenta molte affinità stilistiche col gusto che caratterizza i mobili di Giovanni Ermans, dalle sfumature cromatiche ottenute grazie all’impiego di legni diversi, alla peculiare attenzione rivolta alla lavorazione e decorazione delle bocchette e delle zampe. È dunque verosimile che anche il nostro mobile provenga dalle raccolte del cardinale Chigi, magari proprio dalla medesima Villa sulla Salaria che il porporato arredò con gusto e cura negli anni Sessanta del XVIII secolo. Purtroppo, il pessimo stato conservativo in cui vertono gli inventari settecenteschi della villa, non ha reso possibile la consultazione di questi documenti d’archivio.

Flavio II ricevette la porpora cardinalizia da Benedetto XVI nel 1753. A partire dal 1763 si dedicò alla realizzazione e decorazione del suo casino di villeggiatura su via Salaria, acquistando i terreni della vigna del suo avvocato uditore Vincenzo Pucci 16. Gli interni di questa residenza cardinalizia, eseguiti negli anni Sessanta, sono tra i più belli del secondo Settecento romano. L’eleganza degli arredi di questa villa riflette la personalità colta e raffinata del cardinale, appassionato di storia, politica e letteratura. Oltre alle vedute di Francesco Nubale e Giacomo Rubini che arricchivano i saloni, degni di nota erano soprattutto i signorili arredi realizzati da Nicola Carletti, intagliatore principale del cardinale, e Giovanni Ermans. Purtroppo, attualmente la villa risulta enormemente depauperata. A partire dalla morte di Anna Aldobrandini nel 1898, la tenuta iniziò un progressivo periodo di declino, fino all’azione espropriativa del Comune di Roma alla fine degli anni Settanta. Negli anni Sessanta ci fu la dispersione degli arredi, quando molti dei mobili furono venduti all’asta o a privati.
Nell’inventario del 1809, di poco successivo, dunque, alla morte del cardinale, si fa menzione di diverse commode. Tuttavia, la genericità con cui vengono elencati i mobili non consente identificazioni certe.
Nell’appartamento del Casino Nobile della villa viene ricordato “un comod impellicciato di violetto ed interzato di altri legni forastieri a stelle e mostaccioli con due tiratori con serratura e chiave, scudetti e zampette di metallo dorato” 17. A seguire, nello “stanziolino” si fa menzione di un “commod impellicciato di violetta intarsiato di altri legni forastieri con due tiratori con suoi piedi a zampa con zampette e scudetti di rame dorato e sue serrature e chiave”, mentre, nella camera contigua, di “due commod uno che forma letto a credenza e altro con due tiratori, impellicciati di violetto e legni forastieri, uno di essi con zampette e scudetti di rame dorato con serrature e chiave” 18. Il legno violetto, la decorazione “a stelle” e le zampe dorate del primo comò inducono a ipotizzare che uno dei mobili qui citati sia identificabile tra gli arredi provenienti da Villa Chigi sulla Salaria e venduti nella ricordata vendita all’incanto tenutasi a Roma nel 2004 e nota come “l’asta di Alicino” (Fig. 10) Ciò confermerebbe la presunta provenienza del nostro comò dalle collezioni Chigi, dato che, come dimostrato, Alicino era in possesso di altri comò provenienti dalla medesima residenza.

  1. Si veda A. Gonzáles Palacios, Il mobile a Roma: il Settecento, Roma 2024.[]
  2. Attualmente il comò è di proprietà di un antiquario romano, Alessandro Rinaldi, al quale fu lasciato in eredità dallo zio, Michele Alicino, noto mercante d’arte attivo a Roma.[]
  3. Si veda Kohn Marc-Arthur Paris, Exceptionnel ensemble de mobilier & objects d’art italien de provenance princière des XVIe, XVIIe, XVIIIe et XIXe siècle. Tableaux anciens & XIXe siècle, catalogo asta (Parigi, Hôtel Drouot 7 giugno 2017), Parigi 2017.[]
  4. A. Gonzáles Palacios, Arredi e ornamenti alla corte di Roma, Milano 2004.[]
  5. A tal proposito si vedano ad esempio il tavolinetto impiallacciato e intarsiato di giallo angiolino menzionato da Palacios (A. Gonzáles Palacios, Il tempio del gusto. Le arti decorative in Italia fra classicismi e barocco. Roma e il Regno delle Due Sicilie, Cuneo 1984, Tomo I, p. 66, e Tomo II, p. 76), o il tavolinetto con gambette a zampa di capra pubblicato in G. Lizzani, Il mobile romano, Milano 1970, p. xx.[]
  6. A. Gonzáles Palacios, Arredi e ornamenti…, 2004, p. 208.[]
  7. A. Gonzáles Palacios, Un capolavoro della Mobilia Europea, Art Casa d’Aste, Genova 2004.[]
  8. Si veda E. Colle in Il fascino del Bello. Opere d’arte dalla collezione Terruzzi, catalogo mostra (Roma, Complesso del Vittoriano 1 marzo-20 maggio 2007), a cura di A. Scarpa, M. Lupo, Roma 2007, p .473, n. V.9.[]
  9. Si vedano ad esempio alcune tavole del Piranesi all’interno della raccolta Vasi, candelabri, cippi, sarcofagi, tripodi, lvcerne ed ornamenti antichi del 1778, o alcuni tavoli in legno intagliato di Antonio Landucci.[]
  10. A. Gonzáles Palacios, Il mobile a Roma…, pp. 396-401.[]
  11. A. Gonzáles Palacios, Il mobile a Roma…, p. 269.[]
  12. V. Hyde Minor, References to Artists and Works of Art in Chracas’ Diario Ordinato. 1760-1785, in “Storia dell’Arte”, n. 46, 1982, p. 226.[]
  13. Ermans viene inoltre definito “romano”, forse in riferimento al fatto che, pur essendo verosimilmente di origini nordiche, la sua famiglia risiedesse a Roma già da tempo, forse fin dai tempi del suo omonimo predecessore Herman attivo per Alessandro VII.[]
  14. https://www.antichitagiglio.it/it/galleria/commode-di-giovanni-ermans-1765-circa.asp#_ftn4[]
  15. Si veda A. Gonzáles Palacios, Il tempio del gusto. Le arti decorative in Italia fra classicismi e barocco. Roma e il Regno delle Due Sicilie, Cuneo 1984, Tomo I, p. 67; come si evince dalla scheda del Álvar Gonzáles Palacios per Antichità Giglio, il mobile prima citato rientra nel lungo elenco di lavori di ebanisteria che Giovanni Ermans eseguì negli anni Sessanta del Settecento per il cardinale Flavio II Chigi nella sua villa su via Salaria, arredata proprio in quegli anni.[]
  16. A. Cremona, Villa Chigi, in Verdi delizie. Le ville, i giardini, i parchi storici del Comune di Roma, Roma 2005, pp. 113-119, p. 217.[]
  17. C. Benocci, I giardini Chigi tra Siena e Roma dal Cinquecento agli inizi dell’Ottocento, Siena 2005, p. 454.[]
  18. C. Benocci, I giardini Chigi…, 2005, p. 455.[]