Fabio Francesco Grippaldi

Il fercolo argenteo di San Sebastiano in Acireale: iconografia e agiografia

fabiofrancesco.grippaldi@unipa.it
DOI: 10.7431/RIV33052026

I pannelli figurati del fercolo argenteo settecentesco di San Sebastiano ad Acireale costituiscono un esempio particolarmente efficace di argenteria devozionale. Le scene del martirio, minuziosamente cesellate, non sono meri elementi ornamentali: esse costituiscono un vero e proprio percorso catechetico portatile, mostrato ai fedeli durante le processioni e capace di trasmettere, attraverso la forza dell’immagine, i valori della testimonianza cristiana, della perseveranza nella fede e della vittoria spirituale sul male. La figura del martire Sebastiano, la cui statua è collocata all’interno della macchina processionale, incarna infatti tali virtù.

La scelta di narrare la passio attraverso un ciclo iconografico coerente risponde a precise finalità didascaliche 1: il fedele, anche senza conoscere i testi agiografici, poteva “leggere” nelle scene la storia del santo, comprenderne il sacrificio e riconoscere nell’eroismo del martire un modello di vita cristiana. In questo modo il fercolo stesso diventava una forma di predicazione visiva capace, nei riti pubblici, di rendere accessibili a tutti, attraverso le immagini, le gesta eroiche di San Sebastiano e la sua estrema testimonianza di fede.

Nelle arti decorative, al pari di quelle figurative, l’uso di cicli narrativi sacri è frequente già a partire dal XVII secolo. Ne è esempio la cassa reliquiaria che funge da basamento al simulacro argenteo di Santa Lucia a Siracusa. L’opera, realizzata da Nibilio Gagini 2 e completata nel 1620, presenta sui pannelli dei quattro lati scene relative alla vita e al martirio della Santa siracusana 3. Sul pannello anteriore spicca la scena tratta dal celebre Seppellimento realizzato da Caravaggio per la città aretusea nel 1608 (Fig. 1). Anche in questo caso i fedeli potevano meditare sulle eroiche gesta della loro santa protettrice, mirabilmente rappresentata dalla statua di Pietro Rizzo 4 posta sopra la cassa, cercando di imitarne la fermezza nella fede. Il richiamo a una matrice iconografica già assimilata in città, quale l’opera caravaggesca, rendeva più immediata tale percezione.

Dello stesso Nibilio è l’urna reliquiaria di San Giacomo, commissionata nel 1599 dal Senato calatino 5, nella quale spiccano sei scene relative alla vita e al martirio dell’Apostolo. L’efficace resa plastica delle figure deriva dalla commistione tra il fondale sbalzato e le figure a tutto tondo sovrapposte. Nello sfondo si dispiegano piani prospettici incorniciati da portici, conferendo agli scenari notevole profondità (Fig. 2).

Di qualche anno successiva è l’urna realizzata a Palermo su disegno di Mariano Smiriglio 6 per custodire le ritrovate ossa di Santa Rosalia. Qui le scene assumono un’efficacia ancora maggiore: le figure, con effetto tridimensionale, ora si staccano dal fondale, acquistano piena plasticità e diventano anch’esse a tutto tondo, conferendo alle narrazioni una teatralità spiccata (Fig. 3). L’impostazione «pur tenendo conto dei canoni compositivi gaginiani […] tuttavia negli elementi decorativi […] si apre alle incipienti istanze barocche, estrinsecatesi in una teatrale monumentalità […]» 7. I pannelli, plasticamente efficaci, trasmettono al fedele la grandezza della santità di Rosalia, che – secondo la tradizione – volle essere riportata a Palermo per salvare la città dalla peste.

Nel corso del XVII e XVIII secolo si registra una vasta produzione di opere argentee nelle quali trovano spazio scene mirate all’istruzione religiosa dei fedeli: fercoli, paliotti e casse reliquiarie sono realizzati con la funzione non solo di custodia, ma anche di panegirici visivi 8. Numerose opere raffigurano scene bibliche, allegoriche, episodi tratti dai Vangeli o dalle agiografie. Ad Acireale, a partire dal 1660, viene realizzato il fercolo in argento destinato a portare in processione il busto reliquiario della patrona Santa Venera 9. Il manufatto, iniziato da Mario D’Angelo e continuato in più fasi da argentieri messinesi e poi acesi fino alla fine del Settecento – con ulteriori aggiunte nei primi anni del XIX secolo – presenta sul basamento sei scene raffiguranti episodi della predicazione e dei supplizi subiti dalla Santa. Le lastre figurate sono realizzate in argento sbalzato e cesellato, su cui, figure leggermente aggettanti dal fondale, spiccano rispetto agli elementi dello sfondo, lavorati con un leggero rilievo a bulino (Fig. 4).

Sulla scia della presenza in città di questa importante opera, i confrati di San Sebastiano, della basilica omonima, desiderarono realizzare un fercolo in argento per processionare l’antica statua cinquecentesca del loro santo protettore (Fig. 5).

A disegnare l’opera fu chiamato Alessandro Vasta che, nel 1756, su commissione dei rettori di San Sebastiano, predispose «il modello della nuova bara d’argento, quello delle colonne d’argento e numero sei modelli storiati per li sei piani del piedistallo da farsi» 10. Si trattava di un progetto unitario e completo, la cui realizzazione si protrasse nel tempo, tanto da rendere necessario rifinire il baldacchino con fregi e dorature nelle parti che sarebbero rimaste scoperte dalle lamine per diversi anni. Ancora oggi alcune parti lignee non rivestite rivelano decori geometrici intagliati e tracce di doratura ormai deteriorata.

Il rivestimento argenteo venne avviato – secondo i documenti e i punzoni sinora rilevati – nello stesso 1756 da argentieri messinesi, e proseguì senza interruzioni nei due anni successivi. Le prime parti interessate furono le sei colonne tortili, caratterizzate da un motivo fitomorfo a spirale che avvolge la parte concava, mentre i rigonfiamenti recano ornamenti di matrice rocaille. Nella parte inferiore del fusto un intreccio di ramificazioni fitofloreali incornicia putti che reggono simboli tradizionalmente associati a San Sebastiano. I mandati di pagamento conservati nell’Archivio della Basilica attestano compensi versati a Domenico, Saverio e Gaetano Lo Giudice di Messina per la realizzazione delle «n° sej colonni d’argento», secondo un accordo che prevedeva acconti successivi 11.

Sulle lamine rivestenti le colonne si riscontrano i marchi del consolato di Messina, ma non i punzoni degli autori, la cui identità è nota grazie ai documenti. Sono invece presenti i punzoni dei consoli, utili per confermare la cronologia: alcune recano le lettere PL seguite da 757, attribuibili al console Placido Lancella, attivo a Messina e documentato nel ruolo ancora nel 1771 12. In una colonna è stato individuato anche il punzone DG, verosimilmente riferibile a Domenico Gianneri, altro importante argentiere messinese, firmatario negli stessi anni del completo di cartegloria conservato nel Museo Diocesano di Catania 13. Gli stessi maestri operarono ad Acireale anche in altri contesti. Sono state inoltre rilevate le lettere NI seguite da 756 14, corrispondenti a un argentiere messinese non identificato, console in quell’anno. Ancora, in una delle colonne è stato individuato il punzone V.L.C 58, riferibile a Vincenzo Laganà 15, console nel 1758, ultima data riscontrata sulle lamine delle colonne, concludendo di fatto questa prima parte dei lavori.

I medesimi punzoni di Placido Lancella, accompagnati da un “7” – unico numero leggibile – e dal punzone SSA, si ritrovano nei rinfianchi dell’arco anteriore, nel prospetto e nella trabeazione del fercolo. Ulteriori documenti attestano che nel 1771 fu saldato Salvatore Maria Aricò 16, anch’egli messinese, per il «prezzo di argento come oro e maestria del prospetto della bara» 17. È quindi plausibile che quell’unico numero si riferisca a tale anno, confermando che console fosse Lancella 18, e soprattutto che il punzone SSA possa identificarsi con il suddetto Aricò. La documentazione d’archivio, coerentemente con quanto rilevato dai punzoni, conferma l’assegnazione del prospetto anteriore al maestro messinese.

Le due grandi scene che ornano i lati corti del basamento rappresentano i due episodi principali del supplizio di San Sebastiano, passaggi centrali dell’agiografia del santo bimartire. La grande scena sul lato posteriore del fercolo raffigura il santo colpito dai dardi, palesemente ispirata all’affresco realizzato un quarantennio prima da Pietro Paolo Vasta sulla parete destra dell’altare maggiore della basilica acese (Figg. 67). La composizione si concentra sulla figura del martire legato all’albero, nella stessa posa vastesca. Ai lati, gruppi di personaggi riprendono quasi fedelmente posizioni e atteggiamenti dell’affresco. A sinistra si trovano gli arcieri, seguiti, all’esterno della scena, da un soldato seduto con il mento appoggiato alla mano e la faretra stretta tra il braccio e il fianco. A destra del Santo l’argentiere riproduce il cavallo rampante in primo piano, omettendo il cane, ma aggiungendo altre figure assenti nel modello pittorico. Un’ulteriore aggiunta è lo scorcio urbano all’estrema sinistra: una veduta con una struttura turrita e un edificio ecclesiastico, forse confrontabile con un disegno rinvenuto da Saro Bella e Aurelio Grasso nell’Archivio Capitolare della Cattedrale 19, raffigurante il nucleo urbano di Jaci Aquilia, nel quale è ben visibile il prospetto laterale della matrice ecclesia, analogamente scandito da ordini sovrapposti e merlature campanariali (Figg. 89). L’argentiere, tuttavia, aggiunge l’edificio turrito, forse tratti di mura urbiche, verosimilmente per suggerire un’ambientazione romana. Sulle lamine ricorre ancora la bulla del consolato di Messina accompagnata dal punzone SSA, mentre il punzone alfanumerico del console – PL 70 – indica il 1770 come data di realizzazione, saldata ad Aricò l’anno successivo.

Sul lato anteriore è raffigurato il santo legato a un robusto ceppo, colpito da sicari a torso nudo con fruste, mazze acuminate e bastoni, mentre un altro lo trattiene per le gambe, forse per impedirgli di divincolarsi. Accanto al martire, che mantiene lo sguardo sereno rivolto al cielo, compare un vecchio sacerdote che tenta un ultimo, vano sforzo di ricondurlo al paganesimo – rappresentato da una statuetta idolatrica – così da salvarlo dalla condanna (Fig. 10). L’argentiere acese Alfio Strano, autore del pannello nel 1793 20, riprende la parte centrale dell’affresco vastesco in modo mimetico (Fig. 11). Per poter adattare la scena alla forma allungata del basamento, inserisce, alle estremità, figure di propria invenzione: a sinistra soldati che discutono tra loro, mentre indicano l’azione principale; invece, a destra, un gruppo vivace di uomini, donne e bambini, contenuti a fatica dai soldati, sembra protestare contro il tiranno – raffigurato sull’alto trono a sinistra del martire – responsabile dell’esecuzione dell’innocente. Sullo sfondo un alto muro suggerisce un’ambientazione interna ad una corte palaziale, dietro il quale emergono edifici civili e religiosi.

È significativo notare che le due scene sacre sembrano oggi collocate in modo invertito. Sarebbe infatti più plausibile la disposizione originaria con la scena del martirio per frecce in posizione anteriore, essendo questa cronologicamente precedente e attribuita a Salvatore Maria Aricò; mentre la scena del secondo martirio, opera dell’acese Alfio Strano 21, sarebbe più coerentemente posizionata sul retro, in accordo con il periodo di realizzazione dei prospetti laterali e posteriore. L’inversione potrebbe essere frutto di un restauro o di un intervento successivo, forse relativamente recente. Gli altri quattro pannelli citati dal documento di commissione, previsti nei lati lunghi del fercolo, purtroppo non sono stati realizzati. In corrispondenza delle basi delle sei colonne, sono presenti i plinti, caratterizzati da cornici, modanate e decorate, in rame dorato, al cui interno sono collocati dei medaglioni ovali convessi arricchiti da elementi decorativi a rocaille, che evidenziano una adesione piena al linguaggio Rococò. I medaglioni presentano una incongruenza tra i punzoni. Infatti, oltre alla bulla del Consolato di Acireale, è presente il marchio SA, riferibile forse all’argentiere acese Salvatore Ajta, mentre l’altro punzone reca il codice alfanumerico GM70, che potrebbero essere le iniziali di Giovanni Monforte, tranne per il fatto che nel 1770 non era lui il console. Unica ipotesi avanzabile è che, in quegli anni in cui sono documentate delle incongruenze nelle elezioni dei consoli e dei consiglieri, il Monforte potrebbe essere proprio un consigliere a cui avrebbero  affidato, quale coadiutore del console, il compito di verificare la bontà del materiale utilizzato per la realizzazione del manufatto 22. All’interno dello scudo ovale del medaglione di destra è posta l’iscrizione: “s. sebastia= bimart= et patrono sodalitij ejusdem studiū hunc prospectū d.d.d. an. dom. 1771” 23, ulteriore conferma della commissione da parte dei confrati del sodalizio di san Sebastiano, del “prospetto” anteriore del fercolo che, come rivelato anche dai punzoni, è stato realizzato in quegli anni (Fig. 12). In quello di sinistra, invece, vi è l’iscrizione: “illus. domino d= martino scudero guber= auspicato nepote” 24, verosimilmente riferita ad una azione dedicatoria fatta da un benefattore in memoria di un parente, per sostenere i costi di realizzazione del rivestimento argenteo del fercolo (Fig. 13).

Il prospetto posteriore del fercolo reca sui rinfianchi dell’arco i punzoni ASC 91 con il marchio del consolato di Acireale: il console vidimante è Alfio Strano. Curiosamente non compare alcun punzone d’autore, forse perché lo stesso Strano, in qualità di console, ha vidimato l’opera da lui stesso realizzata nel 1791. Sulla cornice della trabeazione del prospetto posteriore è leggibile l’iscrizione iosephi melita, forse identificativa di devoto benefattore che contribuì alle spese sostenute dai confrati per il rivestimento argenteo del fercolo.

Ulteriori interventi furono eseguiti nel 1836 e nel 1862 da argentieri acesi, che realizzarono il rivestimento delle due facciate lunghe e della trabeazione sovrastante. Su queste parti si rilevano punzoni utilizzati da un maestro acese anonimo negli anni successivi alla soppressione dei consolati. A seguire furono realizzati anche gli intradossi degli archi, con decorazione floreale, recanti il punzone SRA 25, e la copertura decorata con un elegante motivo ad alveoli esagonali, opera di Giuseppe Rocca Torre 26. A completare l’apparato decorativo della macchina processionale sono la scultura apicale raffigurante l’allegoria della Fede, opera dello stesso argentiere, e i sei angeli seduti sulla cornice aggettante della trabeazione, realizzati più recentemente da Salvatore Adamantino. All’interno, la doppia volta a crociera è rivestita di velluto rosso, sul quale spiccano bassorilievi in rame argentato a motivo fitofloreale, verosimilmente opera di un artista acese della fine del XIX secolo.

Il fercolo di San Sebastiano, nella complessità della sua lunga vicenda esecutiva e nella ricchezza del suo apparato figurativo e decorativo, si configura come un’opera esemplare dell’argenteria devozionale siciliana. La macchina processionale acese riunisce in un unico manufatto funzioni sacre e comunitarie, rappresentando, dunque, non solo una bella opera artistica, ma anche un dispositivo identitario: una forma di predicazione visiva in movimento, capace di intrecciare devozione, memoria e appartenenza civica.

L’analisi integrata dei punzoni, dei documenti d’archivio e delle scelte iconografiche adottate fa comprendere la complessità delle dinamiche operative che hanno portato alla realizzazione dell’opera in un tempo abbastanza prolungato, ma anche le intenzioni dei committenti nel porre attenzione alla funzione catechetica del manufatto. Il fercolo si rivela così un osservatorio privilegiato per comprendere come, anche nelle arti decorative, la narrazione sacra potesse essere tradotta in immagini immediatamente comprensibili, utili alla fruizione collettiva.

L’opera acese assume, pertanto, un valore paradigmatico all’interno della storia delle arti decorative della Sicilia moderna, una testimonianza rilevante della capacità del linguaggio sacro di parlare alla fede e alla memoria di una comunità.

  1. Nella tradizione cristiana l’immagine sacra ha sempre svolto un ruolo determinante nella trasmissione dei contenuti della fede. Fin dal Medioevo, quando l’accesso diretto alle Sacre Scritture era prerogativa di pochi e la capacità di lettura non era diffusa, la Chiesa riconobbe nella rappresentazione visiva uno strumento privilegiato di comunicazione religiosa. In questo contesto si sviluppa il principio della Biblia pauperum, un repertorio iconografico destinato non tanto ai ceti meno abbienti in senso economico, quanto ai “poveri” di istruzione, cioè ai fedeli che apprendevano la storia della salvezza attraverso le immagini. Tale modello è fondato sull’efficacia narrativa, sulla chiarezza simbolica e sulla capacità di tradurre in forma visiva i misteri della fede e continuò a influenzare profondamente l’arte sacra ben oltre il Medioevo. In particolare, dopo il Concilio di Trento, le arti figurative assunsero una funzione catechetica ancora più incisiva: il linguaggio teatrale, emotivo e immediato diventava mezzo per coinvolgere il fedele, guidarlo alla meditazione e favorire l’identificazione con le vicende dei santi (cfr. E. Male, L’arte e gli artisti dopo il Concilio di Trento, in L’arte religiosa nel ‘600, Milano 1984, pp. 23-40).[]
  2. Cfr. M.C. Di Natale, Gagini Nibilio, in Arti Decorative. Dizionario biografico, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2014, pp. 266-267.[]
  3. M.C. Di Natale, Santa Lucia Patrona di Siracusa: il suo simulacro, la sua “vara”, il suo tesoro, in Arte Cristiana, 921, novembre/dicembre 2020, pp. 430-443.[]
  4. Cfr. M.C. Di Natale, Rizzo Pietro, in Arti Decorative…, 2014, p. 526.[]
  5. M.C. Di Natale, Oreficeria siciliana dal Rinascimento al Barocco, in Il tesoro dell’Isola. Capolavori siciliani in argento e corallo dal XV al XVIII secolo, catalogo della mostra (Praga, Maneggio di Palazzo Wellestein, 19 ottobre – 21 novembre 2004) a cura di S. Rizzo, Catania 2008, p. 56.[]
  6. Sull’opera v. M.C. Di Natale, S. Rosaliae Patriae Servatrici, con contributi di M. Vitella, Palermo 1994.[]
  7. M.C. Ruggieri Tricoli, Smiriglio Mariano, in Dizionario degli artisti siciliani. Architettura, a cura di L. Sarullo, Palermo 1993, p. 60.[]
  8. Si vedano in tal senso i numerosi ostensori con il nodo architettonico ed allegorico in cui vengono rappresentati episodi della sacra Scrittura o simbologie legate al SS. Sacramento, così come i tanti paliotti – soprattutto messinesi – in cui la funzione didascalica è fortemente presente, come ad esempio il paliotto delle Anime Sante di Messina (cfr. F.F. Grippaldi, Un inedito paliotto argenteo per la chiesa delle Anime Sante del Purgatorio in Messina, in Incontri. La Sicilia e l’altrove, VII, 26, Gennaio-Marzo 2019, pp. 20-22).[]
  9. Sull’opera v. M.C. Di Natale – M. Vitella, Il Tesoro di Santa Venera ad Acireale, con contributi di Alessandro Maria Trovato, Palermo 2017, passim.[]
  10. G. Gravagno, Storia di Aci, Acireale 1992, p. 558.[]
  11. A. Fichera, Visita alla Basilica di San Sebastiano, Acireale-Roma 2001, p. 26.[]
  12. Cfr. A. Blanco, scheda n. 165, in Il Tesoro…, 2008, pp. 941 – 942.[]
  13. Cfr. G. Cannata, scheda n. 162, in Il Tesoro…, 2008, pp. 938 – 939.[]
  14. Lo stesso punzone è stato rilevato dal Serio su un calice custodito nella chiesa di San Pietro a Lipari (cfr. S. Serio, Argenti Messinesi del XVII e XVIII secolo, Tesi di Dottorato, Palermo 2015, scheda n. 308, p. 594.[]
  15. S. Serio, Argenti Messinesi…, 2015, scheda n. 314, p. 601[]
  16. I documenti citati, che riferiscono del lavoro di Salvatore Maria Aricò per la chiesa acese sono, al momento, gli unici che ne attestano l’operatività. Risulta attivo in quegli stessi anni Giuseppe Aricò, forse appartenente alla stessa famiglia.[]
  17. G. Gravagno, La Loggia Giuratoria e le Basiliche di Acireale. Vicende delle Fabbriche, Acireale 1989, p. 147.[]
  18. Cfr. supra, nota 6.[]
  19. S. Bella – A. Grasso, Il disegno ritrovato, in La Chiesa, la Piazza e il Palazzo. La formazione del centro storico di Acireale. 1452-1692, Giarre 2012, pp. 11-19.[]
  20. La lettura dei punzoni mostra la bulla del Consolato di Acireale, con accanto il punzone AS, iniziali di Alfio Strano, autore dell’opera e VMC93, che corrisponde al nome dell’argentiere Vincenzo Mirone, documentato Console nel 1793.[]
  21. Cfr. R. Pace, Strano Alfio, ad vocem in Arti Decorative. Dizionario biografico, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2014, pp. 578-579[]
  22. Archivio Storico Comune Acireale, Libro delle Maestranze 1738 – 1801, Materie Diverse, vol. 26;[]
  23. “Sancto Sebastiano Bimartyri et patrono sodalitii eiusdem studium hunc prospectum dederunt dicaverunt dedicarunt Anno Domini 1771”, letteralmente: “A San Sebastiano, due volte martire, e patrono della medesima confraternita, per devozione donarono e dedicarono questo prospetto nell’anno del Signore 1771”.[]
  24. “Illustrissimo Domino Martino Scudero Gubernatori auspicato nepote”, potrebbe tradursi letteralmente: “All’Illustrissimo Signore Don Martino Scudero, il governatore nipote prediletto”. In questo caso la frase potrebbe riferirsi alla dedicazione della realizzazione del fercolo, fatta dal nipote, governatore della Confraternita, al nonno don Martino Scudero, forse in precedenza anche lui governatore della suddetta compagine.[]
  25. Il punzone SRA è presente su diversi manufatti, realizzati ad Acireale, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, tra cui lo Scrigno custodito nella stessa Basilica di San Sebastiano, realizzato nel 1901 – come riporta una iscrizione posta su una lamina – e verosimilmente riferibile a Sebastiano Rocca, argentiere acese attivo proprio in quegli anni.[]
  26. A. Fichera, Visita…, 2001, p. 26.[]